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Quarta puntata- Tutti gli usi della parola a tutti


SBAGLIANDO S’ INVENTA 

La tecnica di cui parleremo oggi, mi ha fatto tornare in mente quando ero in seconda elementare e avevo qualche problema con le doppie; non ero la sola, infatti, le maestre decisero che, tra i laboratori proposti quell’ anno, ne sarebbe partito uno per imparare ad usarle. Io mi dovetti iscrivere per forza, mentre molti miei amici andarono a fare il laboratorio di cucina… non vi dico l’invidia.
Risultato: oggi so usare le doppie, in compenso non so cucinare.
Ma come vi dicevo, questo ricordo l’ho ripescato dopo aver letto un nuovo capitolo del libro di Gianni Rodari che si intitola “L’ERRORE CREATIVO”.

 

L’ERRORE CREATIVO
“In ogni errore giace la possibilità di una storia”- Gianni Rodari

Partiamo con un semplice esempio: in seconda elementare avrei di certo scritto matarelo, al posto di mattarello. Mentre quest’ultimo lo avrebbero usato i maledetti del laboratorio di cucina, io avrei potuto viaggiare in Spagna, entrare in un’arena e assistere allo spettacolo di Matarelo, el matador de España.
Invidie e scherzi a parte, è lo stesso Rodari a fornircene degli altri, partendo dagli errori più comuni tra i bambini, come l’uso della q: il quore diventa un cuore malato; o l’uso dell’h: il cerubino è un cherubino degradato; il libbro diventa un libro particolarmente pesante o un libro speciale; l’ automobile potrebbe diventare l’autonobile per la regina.
Ciò che ho più apprezzato di questo capitolo è il fatto che Rodari, oltre a fornirci una nuova tecnica, invita a ridere dei propri errori partendo da essi per creare qualcosa di bello.
L’ errore ci fa nascondere, ci fa sentire giudicati perché rivela le nostre fragilità, i nostri punti deboli. Penso che un bambino si senta allo stesso modo quando, su un proprio compito, vede dei grandi segni rossi.
Gianni Rodari, però, è abituato a vedere tutto da un’altra prospettiva. Ride di quell’ errore e con esso gioca, crea, inventa. Non gli permette di essere una conclusione,  ossia che non è  in grado di fare qualcosa, ma lo fa diventare un nuovo inizio: l’inizio di una splendida storia.
In quest’ottica, Matarelo non  pretenderebbe più di essere un oggetto cilindrico utile a tirare la pasta della pizza,  ma diventerebbe il protagonista di una storia, lasciando al mattarello l’onore di essere ricoperto di farina.

EL  MATARELO
Nella Spagna di un tempo che ci è ignoto, viveva una famiglia di toreri, erano conosciuti da tutti come la Familia de los Matadores. L’arte veniva tramandata di generazione in generazione, e ogni membro della famiglia si rivelava, da sempre, il migliore in questo campo. Nella casa del nonno avevano persino allestito un’intera sala con scaffali, piedistalli per riporre i trofei di una vita. Non serve nemmeno dire che quella era la stanza più scintillante di tutta la casa: targhette argentate, coppe d’orate, medaglie di ogni dimensione facevano a gara a chi brillava di più sotto i raggi del sole che, ogni mattina, filtravano dalla finestra. Pensate a quanto poteva essere bella quella sala, se era il Sole in persona a darle il buongiorno.  

Nessuno mai capì quale segreto stava dietro al loro grande successo; ma una cosa è certa: quando uno di loro scendeva nell’ arena, era come se nei suoi occhi ardesse una fiamma, che incantava il toro e gli permetteva di comandarne ogni movimento.
Almeno fino a pochi anni fa. Arrivati alla sesta generazione di toreri, El Grande Matador ebbe tre figli, di cui l’ultimo non ne voleva proprio sapere di tori. Era un giovanotto estremamente alto, così alto che nelle foto di classe doveva sempre andare infondo; per di più aveva anche un grande capoccione. Per via della sua corporatura e della sua passione per la cucina, venne chiamato Matarelo; nessuno sapeva il suo vero nome e persino lui se ne dimenticò presto. Per i primi anni della sua adolescenza imparò a sfidare i tori da suo padre, El Grande Matador, il quale per il suo tredicesimo compleanno gli regalò, come da tradizione, la giacca da torero. Sul petto scintillavano, cucite con filo dorato, le lettere del suo nome: Matarelo, el Matador.  Lo addestrò per diversi mesi, ma senza riscuotere alcun successo: il problema non erano le sue capacità, se la cavava bene dopo tutto; il problema era che nei suoi occhi non si vedeva nemmeno l’ombra di quella fiamma tanto speciale. Il padre non sapeva come fare, tutta la Spagna si aspettava grandi cose dal nuovo Matador, e lui non considerava neanche lontanamente la possibilità di deludere quelle aspettative. Nel frattempo Matarelo, dopo ogni allenamento, si fiondava in dispensa a prendere ingredienti improvvisati per dare vita ai piatti più buoni che qualunque palato di Spagna abbia mai assaggiato. La mamma di Matarelo era contenta che almeno uno dei suoi figli si dedicasse ad altro, oltre che ai tori.  Lei aveva un gruppo di amiche che si ritrovava al sabato pomeriggio per il te; da quando avevano scoperto che Matarelo era un abile cuoco, iniziarono a trovarsi sempre a casa della familia del los matadores, così potevano assaggiare i suoi dolci. La voce iniziò a diffondersi in tutta Spagna e preso Matarelo divenne molto famoso per i suoi dolci, tanto che la gente iniziò a dimenticarsi che la sua famiglia sfornava toreri da generazioni e generazioni… tutti tranne il padre. El Grande Matador non accettava che uno dei suoi figli potesse rompere la tradizione di famiglia. Litigò persino con sua moglie perché la smettesse di invitare le sue amiche, le quali, con tutti quei complimenti, illudevano Matarelo di essere un cuoco piuttosto che un torero.
– Matarelo tu sei un torero, togliti quel grembiule da cucina e vieni nell’arena con i tuoi fratelli!
– Ma papà, il mio posto è qui.. l’arena è fatta per i miei fratelli, io non c’entro con quel mondo. Mi dispiace deluderti… ma magari anche questa dei dolci può diventare una tradizione, chi lo sa che col tempo non crescano altri matadores come me…
– Non dire sciocchezze
– Papà, basta! Il punto non sono i dolci, e non è nemmeno l’arena o le tradizioni di famiglia. Ti sei mai chiesto perché tu e i miei fratelli riuscite senza sforzo a controllare i tori?
– Perché ci alleniamo tutti i giorni, cosa che dovresti fare anche tu..
– Ma no, ancora non capisci. Certo l’allenamento è fondamentale, non c’è dubbio. Ma ciò che vi rende speciali, ciò che rende l’arena il vostro posto, è quella fiamma che vi brilla negli occhi quando date il vostro spettacolo, quando parlate dei toreri passati e di quello che vi hanno insegnato. Io quella fiamma non ce l’ho e questo non è colpa tua, perché non sei stato un bravo allenatore. Tu sei un ottimo torero, il migliore direi. Ma non è nemmeno colpa mia se quella fiamma mi si accende quando sono in cucina, quando i miei amici mi ringraziano per aver preparato loro qualcosa di buono. E se per una volta mi permettessi di farti assaggiare qualcosa, lo sapresti anche tu.
– E va bene. Allora ti propongo una cosa: io adesso vado ad allenare i tuoi fratelli, tu preparaci un bel pranzo per quando torniamo. E se questo è quello che vuoi fare nella vita, ricorda che quella fiamma la tieni viva solo con l’allenamento, senza di esso si spegnerebbe strada facendo.
– Lo so papà, è l’insegnamento più grande che mi hai dato stando in arena.
I suoi fratelli e suo padre si allenarono a lungo, quando tornarono trovarono tutto pronto. Un buon profumo usciva dalla cucina e tutta la famiglia non vedeva l’ora di assaggiare quello che Matarelo aveva preparato.

Provate anche voi a ridere dei vostri errori, non lasciate che un correttore automatico li nasconda; divertitevi con loro, prendeteli in giro perché sbagliando s’impara… anzi, si inventa!
A presto!

Elena

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