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IL TARACADUTE E ALTRE STORIE

Un altro Rodaridì è arrivato!
E questo può significare solo una cosa: è il momento delle vostre storie. Questa settimana alcuni di voi si sono misurati con la tecnica dell’errore fantastico, ed ecco a voi il risultato! Buona lettura e buon Rodaridì a tutti.

 

LE FAVOLE DEL RODARIDÌ

PARACADUTE—TARACADUTE

Un appassionato di paracadutismo durante le gare di (L) gancio, non riusciva mai a centrare il bersaglio sul terreno per colpa di qualche chilo di troppo. Durante i suoi lanci ,il suo corpo eseguiva delle oscillazioni: di qua e di la, spesso l ‘atterraggio avveniva sopra gli alberi ,veniva deriso dai suoi compagni. Stanco di tutto ciò prese(C) sarta , penna, calcoli matematici e equazioni e non riusciva ha trovare una soluzione per centrare i suoi lanci. Quando ad un tratto l’occhio si posò su di una cas(s)etta di mele e vide in grande un scritta TARA…….
Ho trovato la soluzione giusta !!!!!!!
PESO LORDO -PESO NETTO=TARA.

In breve tempo inventò un marchingenio da applicare sul paracadute il “TARACADUTE”. Applicò il taracadute si lancio’ tante volte e con grande stupore!!!!!!!!!!! Bersaglio raggiunto CENTRO
E così che il paracadute divenne amico inseparabile del taracadute.

Carla

IL POLO ARROSTO

La geografia che bella materia! Il protagonista della nostra storia è Amilcare, un bambino di 12 anni che  aveva una passione sfrenata per i viaggi, anche se la maggior parte delle volte erano solo di fantasia. Era inoltre un buongustaio e amava in particolar modo, la cucina della nonna Mella. Un giorno  Amilcare stava osservando la cartina geografica appesa dietro al suo letto e la sua fantasia iniziò a viaggiare per mondi lontani, lassù dove il ghiaccio ricopre  tutto: si trovava al Polo Nord. Intanto la nonna stava iniziando a cucinare, ma prima andò da lui per informarlo sul menù del giorno. ”Amilcare caro”, disse “oggi avrei intenzione di preparare il pollo, in che modo lo cucino?”. Amilcare, completamente immerso nei suoi sogni ad occhi aperti, distrattamente rispose: ”Va bene cucina pure il polo arrosto”. Mella, scoppiò in una fragorosa risata e se ne andò lasciandolo nelle sue fantasie da viaggiatore. Amilcare  ben presto si accorse di aver commesso un errore grammaticale ma questo gli servì per iniziare il suo viaggio. Si trovò catapultato in un’immensa pianura ghiacciata dove il silenzio veniva interrotto solo dal rumore dei suoi passi. Camminava solitario guardando meravigliato il paesaggio polare alla ricerca di qualche forma di vita. Ad un certo punto, da lontano ,vide alzarsi nel cielo del fumo. Incuriosito cercò di affrettare il passo chiedendosi come poteva essere che del fumo si sprigionasse dal ghiaccio. All’orizzonte  intravvide una costruzione ,forse una casa ed era proprio da lì che proveniva quel fumo. ”Chissà chi abiterà qui al Polo, forse personaggi di ghiaccio” disse fra se. Ma appena giunto vicino, lo stupore fu tale nel vedere delle persone, fuori da quella costruzione, che stavano cucinando su di un grosso braciere. Un buon profumo c’era nell’aria e ad Amilcare iniziò a venir fame, avrebbe chiesto a quelle persone se poteva aggregarsi a loro per il pasto. Quel profumo gli ricordò le carni arrosto  che cucinava nonna Mella e subito gli venne un senso di tristezza e malinconia, ma d’improvviso una voce lo riportò nella realtà: ”Amilcare il pranzo è pronto”. Era la nonna  e Amilcare corse da lei affamato e felice e le disse: ”nonna lo sai che al Polo c’era profumo di arrosto?”. Mella non capiva di cosa stava parlando, forse  l’aveva letto  in un libro o semplicemente era la sua fame che parlava e rispose, con in mano una grossa teglia di pollo: ”eccoti il tuo polo che profuma d’arrosto” e guardandosi negli occhi nonna e nipote scoppiarono in una risata.

Ivan ed Emanuela

IL MERCATINO DI ANTIQUAGLIE

Un giorno, fermandomi in mercatino di antiquaglie, ricinobbi un coronabirus, attrezzo usato dagli imperatori romani per scrivere, è volendo accuistarlo misi mano al portafiglio, nel quale trovai banconote e bancoignote. Mentre ero nel dubbio su quale usare, un malvigente mi prese il portafiglio. Ero surribondo!! Non riuscii a denunciare il furbo per colpa della burrocrazia, troppo viscida per i miei gusti.

Roberto

LA BURLOCRAZIA

Un giorno tutti i ministeri di Roma furono affetti da un virus tremendo e contagiosissimo: il virus della BURLOCRAZIA. Successe che tutte le circolari ministeriali inoltrate a tutti i comuni nel prescrivere gli obblighi di legge a cui tutti i cittadini avrebbero dovuto sottoporsi ingeneravano in chi le leggevano massicce dosi di ironia. Così si diffuse il virus della BURLOCRAZIA. Dallo stato alle regioni, dalle regioni alle province, dalle province ai comuni e dai comuni ai condomini le disposizioni di legge viaggiavano su tante carte anche loro BURLATE. La legge pensata dallo stato in cui ad esempio si imponeva che per la pulizia delle strade chi non avesse pulito la cacca del proprio cane venisse PUNITO, venne cambiata dal virus della BURLOCRAZIA e i sindaci decisero che chi avrebbe fatto ciò venisse PULITO. La nuova legge promulgata dal parlamento che imponeva l’obbligo di FERMARSI davanti agli ostacoli che si incontravano per strada venne cambiata dal virus in un obbligo a FORMARSI davanti agli ostacoli che si sarebbero trovati nella vita. E così via e fu così che il virus della BURLOCRAZIA si diffuse e continua ancora oggi un pò qua un pò là senza soluzione di continuità.

Antonio

 

UN MALVIVENTE CON IL MALDIDENTE

C’era una volta Tiberio, un omuncolo di bassa statura, con capelli arruffati, e due piccoli occhi azzurro cielo, così chiari che sembravano sfere di cristallo…anzi, probabilmente lo erano, ma gli incantesimi che ne uscivano erano veramente malvagi. Tiberio creava scompiglio ovunque: era dispettoso, arrogante, e provocava tutti con degli scherzi davvero meschini. La gente lo definiva un malvivente, perché aveva tante cattive abitudini: rubava, mentiva, prendeva in giro gli abitanti della sua città ed era sempre molto sgarbato. Un giorno, per fare uno scherzo all’uomo che vendeva caramelle in piazza, gli porto’ via tutto il carretto….le persone  che erano  presenti cercarono di fermarlo, ma Tiberio, alzando le spalle, se ne andò in tranquillità verso casa, con il suo malloppo di dolciumi. L’uomo della bancarella spero’che mangiando così tante caramelle, Tiberio diventasse un pochino più dolce…ma nemmeno tutti quegli zuccheri servirono a questo. Lui non era un semplice malvivente, era proprio un malvimente. Era la sua mente ad essere malvagia, ancor prima dei suoi comportamenti. Non riusciva a comprendere cosa ci fosse di male nel comportarsi in quel modo …gli veniva naturale, e non gli importava se facendo così danneggiava gli altri….pensava sempre e solo a se stesso.La mattina dopo il furto delle caramelle, Tiberio si svegliò con un forte maldidente. Si recò quindi alla ricerca di un dentista che lo potesse aiutare, ma nessuno era disposto a prenderlo in cura…ormai la sua reputazione lo anticipava! Camminando per strada incontrò una vecchina, che vedendolo lamentarsi si offrì di aiutarlo. Tiberio fu subito sgarbato, anche con l’anziana signora, ma lei fece finta di non accorgersi dei suoi brutti modi e lo convinse a seguirla in casa sua.    La casa era molto curata ed accogliente, e lo era anche la  vecchina , che gli offri un te’ caldo, dicendogli che gli avrebbe tolto ogni dolore…Tiberio si fido’ e lo bevve…..in un secondo il dolore sparì, ma l’uomo non ringrazio’ nemmeno la signora e se ne ando’. Dal giorno seguente inizio’ ad accadere qualcosa di strano….ogni volta che rubava, mentiva o prendeva in giro qualcuno gli arrivava un forte maldidente …..così decise di tornare alla casa della vecchina per farsi dare ancora un po’ di quel te’ magico. Ma giunto alla sua porta si accorse che la casa era abbandonata ….chiese così ai vicini che fine avesse fatto la donna, ma tutti gli risposero che quella casa era vuota da almeno cent’anni…Tiberio entro’ lo stesso: la casa non era assolutamente come se la ricordava…intorno a lui c’erano solo sporcizia e ragni…ma c’era ancora lo stesso tavolo su cui aveva preso il te’…e c’era ancora appoggiata la sua tazza! Si avvicinò e dentro trovo’ un biglietto “ tu non sei un malvivente, sei solo un uomo poco capace di stare con la gente. Impara a trattare tutti come vorresti essere trattato tu, e vedrai che lo stesso non sarai più. L’unico modo che avevo per farti capire quando fai un danno, e’ farti sentire le tue azioni che male che fanno. Quindi ogni volta che poco bene  ti comporterai, un forte mal di denti avrai. Vedrai che così presto ti accorgerai se le cose per bene farai….e in men che non si dica, la tua mente malvagia diventerà una mente amica”. Tiberio se ne torno’ a casa arrabbiato, e nei giorni seguenti, ogni volta che commetteva  qualcosa di cattivo, il maldidente tornava.Cosi decise di provarci, e di fermarsi nelle sue azioni ancora prima che il dolore iniziasse. Non ci volle molto e si ritrovò a capire quale era il limite da non superare per non nuocere agli altri!Finalmente  era in grado di capire cosa significasse comportarsi bene nel rispetto di tutti. E fece di più…si accorse che con il potere dei suoi occhi “sfere di cristallo “ riusciva a far diventare tutte le persone che incontrava ancora più buone e generose, con lui e tra loro.La gente smise di definirlo un malvivente, lui non si sentiva più un malvimente, il maldidente era scomparso e Tiberio divento’ a tutti gli effetti  un Magicvivente, che crea magia con la sua mente, e che vive magicamente!

Ale e Mari

Quarta puntata- Tutti gli usi della parola a tutti


SBAGLIANDO S’ INVENTA 

La tecnica di cui parleremo oggi, mi ha fatto tornare in mente quando ero in seconda elementare e avevo qualche problema con le doppie; non ero la sola, infatti, le maestre decisero che, tra i laboratori proposti quell’ anno, ne sarebbe partito uno per imparare ad usarle. Io mi dovetti iscrivere per forza, mentre molti miei amici andarono a fare il laboratorio di cucina… non vi dico l’invidia.
Risultato: oggi so usare le doppie, in compenso non so cucinare.
Ma come vi dicevo, questo ricordo l’ho ripescato dopo aver letto un nuovo capitolo del libro di Gianni Rodari che si intitola “L’ERRORE CREATIVO”.

 

L’ERRORE CREATIVO
“In ogni errore giace la possibilità di una storia”- Gianni Rodari

Partiamo con un semplice esempio: in seconda elementare avrei di certo scritto matarelo, al posto di mattarello. Mentre quest’ultimo lo avrebbero usato i maledetti del laboratorio di cucina, io avrei potuto viaggiare in Spagna, entrare in un’arena e assistere allo spettacolo di Matarelo, el matador de España.
Invidie e scherzi a parte, è lo stesso Rodari a fornircene degli altri, partendo dagli errori più comuni tra i bambini, come l’uso della q: il quore diventa un cuore malato; o l’uso dell’h: il cerubino è un cherubino degradato; il libbro diventa un libro particolarmente pesante o un libro speciale; l’ automobile potrebbe diventare l’autonobile per la regina.
Ciò che ho più apprezzato di questo capitolo è il fatto che Rodari, oltre a fornirci una nuova tecnica, invita a ridere dei propri errori partendo da essi per creare qualcosa di bello.
L’ errore ci fa nascondere, ci fa sentire giudicati perché rivela le nostre fragilità, i nostri punti deboli. Penso che un bambino si senta allo stesso modo quando, su un proprio compito, vede dei grandi segni rossi.
Gianni Rodari, però, è abituato a vedere tutto da un’altra prospettiva. Ride di quell’ errore e con esso gioca, crea, inventa. Non gli permette di essere una conclusione,  ossia che non è  in grado di fare qualcosa, ma lo fa diventare un nuovo inizio: l’inizio di una splendida storia.
In quest’ottica, Matarelo non  pretenderebbe più di essere un oggetto cilindrico utile a tirare la pasta della pizza,  ma diventerebbe il protagonista di una storia, lasciando al mattarello l’onore di essere ricoperto di farina.

EL  MATARELO
Nella Spagna di un tempo che ci è ignoto, viveva una famiglia di toreri, erano conosciuti da tutti come la Familia de los Matadores. L’arte veniva tramandata di generazione in generazione, e ogni membro della famiglia si rivelava, da sempre, il migliore in questo campo. Nella casa del nonno avevano persino allestito un’intera sala con scaffali, piedistalli per riporre i trofei di una vita. Non serve nemmeno dire che quella era la stanza più scintillante di tutta la casa: targhette argentate, coppe d’orate, medaglie di ogni dimensione facevano a gara a chi brillava di più sotto i raggi del sole che, ogni mattina, filtravano dalla finestra. Pensate a quanto poteva essere bella quella sala, se era il Sole in persona a darle il buongiorno.  

Nessuno mai capì quale segreto stava dietro al loro grande successo; ma una cosa è certa: quando uno di loro scendeva nell’ arena, era come se nei suoi occhi ardesse una fiamma, che incantava il toro e gli permetteva di comandarne ogni movimento.
Almeno fino a pochi anni fa. Arrivati alla sesta generazione di toreri, El Grande Matador ebbe tre figli, di cui l’ultimo non ne voleva proprio sapere di tori. Era un giovanotto estremamente alto, così alto che nelle foto di classe doveva sempre andare infondo; per di più aveva anche un grande capoccione. Per via della sua corporatura e della sua passione per la cucina, venne chiamato Matarelo; nessuno sapeva il suo vero nome e persino lui se ne dimenticò presto. Per i primi anni della sua adolescenza imparò a sfidare i tori da suo padre, El Grande Matador, il quale per il suo tredicesimo compleanno gli regalò, come da tradizione, la giacca da torero. Sul petto scintillavano, cucite con filo dorato, le lettere del suo nome: Matarelo, el Matador.  Lo addestrò per diversi mesi, ma senza riscuotere alcun successo: il problema non erano le sue capacità, se la cavava bene dopo tutto; il problema era che nei suoi occhi non si vedeva nemmeno l’ombra di quella fiamma tanto speciale. Il padre non sapeva come fare, tutta la Spagna si aspettava grandi cose dal nuovo Matador, e lui non considerava neanche lontanamente la possibilità di deludere quelle aspettative. Nel frattempo Matarelo, dopo ogni allenamento, si fiondava in dispensa a prendere ingredienti improvvisati per dare vita ai piatti più buoni che qualunque palato di Spagna abbia mai assaggiato. La mamma di Matarelo era contenta che almeno uno dei suoi figli si dedicasse ad altro, oltre che ai tori.  Lei aveva un gruppo di amiche che si ritrovava al sabato pomeriggio per il te; da quando avevano scoperto che Matarelo era un abile cuoco, iniziarono a trovarsi sempre a casa della familia del los matadores, così potevano assaggiare i suoi dolci. La voce iniziò a diffondersi in tutta Spagna e preso Matarelo divenne molto famoso per i suoi dolci, tanto che la gente iniziò a dimenticarsi che la sua famiglia sfornava toreri da generazioni e generazioni… tutti tranne il padre. El Grande Matador non accettava che uno dei suoi figli potesse rompere la tradizione di famiglia. Litigò persino con sua moglie perché la smettesse di invitare le sue amiche, le quali, con tutti quei complimenti, illudevano Matarelo di essere un cuoco piuttosto che un torero.
– Matarelo tu sei un torero, togliti quel grembiule da cucina e vieni nell’arena con i tuoi fratelli!
– Ma papà, il mio posto è qui.. l’arena è fatta per i miei fratelli, io non c’entro con quel mondo. Mi dispiace deluderti… ma magari anche questa dei dolci può diventare una tradizione, chi lo sa che col tempo non crescano altri matadores come me…
– Non dire sciocchezze
– Papà, basta! Il punto non sono i dolci, e non è nemmeno l’arena o le tradizioni di famiglia. Ti sei mai chiesto perché tu e i miei fratelli riuscite senza sforzo a controllare i tori?
– Perché ci alleniamo tutti i giorni, cosa che dovresti fare anche tu..
– Ma no, ancora non capisci. Certo l’allenamento è fondamentale, non c’è dubbio. Ma ciò che vi rende speciali, ciò che rende l’arena il vostro posto, è quella fiamma che vi brilla negli occhi quando date il vostro spettacolo, quando parlate dei toreri passati e di quello che vi hanno insegnato. Io quella fiamma non ce l’ho e questo non è colpa tua, perché non sei stato un bravo allenatore. Tu sei un ottimo torero, il migliore direi. Ma non è nemmeno colpa mia se quella fiamma mi si accende quando sono in cucina, quando i miei amici mi ringraziano per aver preparato loro qualcosa di buono. E se per una volta mi permettessi di farti assaggiare qualcosa, lo sapresti anche tu.
– E va bene. Allora ti propongo una cosa: io adesso vado ad allenare i tuoi fratelli, tu preparaci un bel pranzo per quando torniamo. E se questo è quello che vuoi fare nella vita, ricorda che quella fiamma la tieni viva solo con l’allenamento, senza di esso si spegnerebbe strada facendo.
– Lo so papà, è l’insegnamento più grande che mi hai dato stando in arena.
I suoi fratelli e suo padre si allenarono a lungo, quando tornarono trovarono tutto pronto. Un buon profumo usciva dalla cucina e tutta la famiglia non vedeva l’ora di assaggiare quello che Matarelo aveva preparato.

Provate anche voi a ridere dei vostri errori, non lasciate che un correttore automatico li nasconda; divertitevi con loro, prendeteli in giro perché sbagliando s’impara… anzi, si inventa!
A presto!

Elena

P.S.: per diventare dei veri esperti, potrete acquistare il libro su cui si basano gli articoli della mini serie; vi basterà cliccare su questo link https://100giannirodari.com/opera/grammatica-della-fantasia-40/

I POMODORI ALLEGRI E ALTRE STORIE

Buon Rodaridì a tutti!
Una buona colazione per iniziare al meglio la settimana non può non essere accompagnata dalle storie che ci avete mandato i giorni scorsi. Un saluto speciale agli autori che hanno voluto sperimentare l’ “IPOTESI FANTASTICA”.

Buona lettura!  

 

LE FAVOLE DEL RODARIDÌ

 

I POMODORI ALLEGRI
53: Cosa succederebbe se un pomodoro si ubriacasse?

C’era una volta un contadino che aveva un piccolo campo di pomodori. Il contadino li coltivava con amore, ma con i ricavi delle vendite dei suoi pomodori riusciva appena a mantenere la sua famiglia.
Erano pomodori gustosi e succosi, ma tutto sommato ordinari. Profumavano di pomodoro, avevano la forma… a pomodoro, sapevano di pomodoro! Non avevano nulla di speciale.
Il campo del contadino confinava con una distilleria che produceva whisky. Quello sì che era speciale! La distilleria lavorava da più di un secolo e il loro whisky era il più buono di tutta la regione. Nessuno sapeva come o perché, ma quel whisky rendeva felici e contenti tutti coloro che lo bevevano. Bastava un sorso ed ogni preoccupazione spariva. Ma la produzione era limitata, e una bottiglietta costava tantissimo, così solo pochissimi riuscivano a poterne godere.
La distilleria però come ho detto era molto antica e un giorno uno dei tubi che trasportavano il liquore si bucò. Non era un gran buco, era un forellino piccolo piccolo, come la punta di uno spillo, e visto che i tubi erano interrati nessuno se ne accorse.
Tranne i pomodori!
I pomodori del contadino, assieme all’acqua con cui venivano innaffiati, iniziarono a bere anche il liquore e acquisirono una caratteristica peculiare: coloro che li mangiavano sentivano una certa euforia, un qualche ottimismo… E ne volavano ancora!
Così il contadino divenne famoso per i suoi pomodori e da quel momento anche lui fu felice e contento con la sua famiglia.

Katia

 

 

LA GOCCIA CURIOSA
(Cosa succederebbe se una goccia scalasse l’Everest)

C’era una volta Lina, una goccia che viveva nel mare. Ma con il passare del tempo, si stancò di restare con tutte le altre gocce. Allora chiese al sole: ”Mi puoi far evaporare e salire fino al cielo?” Il sole quel giorno splendeva alto e alla richiesta di Lina rispose: ”Perché vuoi questo?”. Lina disse: ”Voglio cambiare, mi sono stancata di stare nel mare, voglio sapere come si vive nel cielo”. Così il sole esaudì il suo desiderio, emanò così tanto calore che Lina si sollevò leggiadra nell’aria sino a raggiungere il cielo. Una volta lì incontrò Bertella, una piccola nuvola che l’accolse con piacere: ”Ciao io sono Bertella e tu chi sei?”. La goccia, un po’ disorientata, rispose: ”So..no Lina la gocc…ia che vie..ne dal ma..re” e subito Bertella ”benvenuta Lina, non temere, qui ti troverai bene”. Lina ora era nel cielo e poteva vedere tutto ciò che prima aveva visto solo da lontano e altro che aveva solo immaginato, come le montagne. Ma venne un forte temporale, iniziò a piovere e tutte le gocce che stavano con Bertella iniziarono a precipitare rapidamente. Lina era molto spaventata, non voleva tornare nel mare e, quando arrivò il suo turno lasciò molto rattristata la nuvola. Il suo viaggio verso la terra iniziò e terminò quasi immediatamente. Si era fermata su di un pendio di un’altissima montagna: si trattava del monte Everest la montagna più alta del mondo. Era così imponente che, Lina quasi ne era impaurita, ma la sua curiosità la spinse sempre più in alto voleva raggiungere la sua cima. Non aveva mai visto una montagna così maestosa. Durante il suo lungo viaggio verso la vetta, Lina ebbe la fortuna d’incontrare Yal, un’oca indiana che vista la goccia molto affaticata, la prese con se, la fece salire sulle sue ali l’aiutò a raggiungere la cima. Le oche indiane sorvolano la alte cime delle montagne, così Lina arrivò finalmente al punto prefissato e, dopo essere scesa dalle ali di Yal la ringraziò. La goccia era estasiata: un’immensa quantità di ghiaccio ricopriva tutto ma,dopo poco il freddo intenso congelò la goccia. Lina era diventata un cristallo di ghiaccio così scintillante che, anche i paesi più lontani potevano ammirare quella luce. Nelle notti  la sua luce illuminava tutta la montagna e fu chiamata la stella dell’Everest.

                                                                                 Ivan  ed Emanuela

 

 

CHE COSA SUCCEDEREBBE SE UN OMBRELLO VINCESSE AL LOTTO?

In un angolo nascosto del solaio, c’è un ombrello nero tutto impolverato, lo prendo, lo guardo tolgo la polvere, con tutto rispetto lo apro e…..
Ma che succede! Cadono x terra tanti bottoni numerati 30 57 81 90 34.
Un’idea grandiosa mi è chiara nella testa.
“Questi numeri li gioco al lotto”  il tabellone dei numeri impazzisce, il tintinnio fragoroso delle monete mi trasportano in un altro mondo!
Ma se voglio essere onesta questa fortuna non mi appartiene.
Metto tutta questa fortuna dentro l ‘ombrello, una forza incredibile mi trascina in cortile, le monete volano in alto.
Ma la tua ricchezza l’hai sprecata! No ti sbagli, sono un ombrello stravincente e ricco, uso questa mia ricchezza affinché tutti gli ombrelli del mondo diventino un arcobaleno di colori

Carla

 

 

IL CUCCHIAIO DELLA REGINA D’INGHILTERRA

Un giorno molto lontano il re d’ Inghilterra decise di scegliere il suo successore, dato che ormai era anziano, e siccome aveva quattro figli la scelta non era facile.
Meg la figlia maggiore ne aveva il diritto perchè era la primogenita ma era una ragazza bella, ma anche egoista e non amava nessuno…John il secondo figlio, era un bel ragazzo, ma svogliato e non si curava dei vari problemi. Rachel la figlia mezzana, era una ragazza dolce, e non litigava mai, infine vanessa una bimba curiosa e bella…ma ahimè troppo piccola per regnare…
Era una situazione complicata, allora il re trovò un modo per decidere: li invitò a pranzo e diede ad ognuno un piatto diverso, Meg la figlia maggiore scelse il piatto più ricco: il mio popolo ama i cibi dei nobili.. John scelse il fagiano: il popolo ama la caccia..
Vanessa scelse il dolce: il popolo ama i dolci e rise…infine Rachel scelse uno stufato di manzo e lo mangiò senza dire nulla..
Tutti guardarono il re che era assorto nei propri pensieri, e poi disse: voi tutti avete mangiato il vostro piatto.. pensando di conoscere il vostro popolo, ma tutti sbagliavate, tutti tranne Rachel, lei ha capito che la maggior parte dei sudditi non ha nemmeno le posate per mangiare, e Rachel non ha usato il cucchiaio e ha mangiato con le mani.
Rachel quindi fu nominata regina alla morte del padre, fu una regina giusta e amata da tutti, ma.. vi svelo un piccolo segreto: quando scelse il piatto lei era miope e non vide il cucchiaio, con il tempo dovette indossare un paio di occhiali, e fu così che un semplice arnese, come un cucchiaio fece diventare Rachel …regina d’Inghilterra..

Carlo

 

 

IL LIBRO CHE SCALÒ L’EVEREST

Qualche anno fa decisi di mettermi alla prova: volevo scalare l’Everest! comincia a fare escursioni in Europa, le Alpi italiane, i Pirenei, la Svizzera, e un giorno quando fui pronto.. partii per il Nepal, uno zaino gigante, provviste per due settimane, picozza, scarponi, bussola, abiti pesanti e leggeri, e libri per passare il tempo.. tra questi un libro di ricette di cucina.. fui il primo libro che lessi da bambino  era per me un portafortuna.
Il terzo giorno una bufera mi colse di sorpresa e persi quasi tutto, rimasi con poche provviste, mi rifugiai in una piccola grotta, solo il mio libro portafortuna si salvò…un libro di cucina e il cibo era finito, disperato cominciai a mangiare le pagine, poi mi dissi: perchè non cucinare? comincia a bruciare le pagine, avevo freddo…sarà stato il destino, la fortuna o qualcuno che mi vegliava dal alto.. ma il poco fumo attirò uno sherpa che mi salvò, e mentre scendevo cominciai a ridere: perchè le pagine che avevo bruciato, erano le ricette che più detestavo: quelle con i broccoli.. ora ne avrei mangiato a chili!

Carlo

 

 

COSA SUCCEDEREBBE SE UN CACTUS LECCASSE UN FRANCOBOLLO

C’era una volta un uccello migratore che, dopo aver preso un semino in Africa, si diresse verso mete lontane. Viaggiò per giorni e giorni, percorrendo il mondo in lungo e in largo. Passando sopra l’Alaska, a causa del vento freddo starnutì: il piccolo seme gli cadde dal becco e finì affossato nella neve….era fredda, molto diversa dalla calda terra a cui era abituato. I primi giorni passarono lenti, e il semino si sentiva un  po’ spaesato. Ma presto si abituò alla  temperatura glaciale, e la neve iniziò ad essere quasi accogliente. Così l’Alaska divenne la sua nuova casa.
 Il semino ogni giorno cresceva sempre un pochino di più,  fino a trasformarsi in una vera piantina, grassa e pungente. Era un Cactus. Ogni mattina, guardando il cielo, desiderava avere le ali, come gli uccelli che passavano sopra la sua testa. Avrebbe volentieri preso il volo per farsi un giro intorno al mondo: avendolo già fatto una volta nel becco dell’uccello, sapeva bene che c’erano posti meravigliosi da visitare! Inoltre gli sarebbe piaciuto anche tornare in Africa, per vedere come erano diventati i semini uguali a lui. Sapeva bene che le ali non gli sarebbero mai cresciute…al loro posto, in compenso, gli spuntarono molte spine, una  dietro l’altra. Il piccolo Cactus decise allora di scrivere una lettera, per far sapere ai suoi vecchi amici che stava bene e che, tutto sommato, la vita in Alaska non era poi cosi male. Quando cercò di leccare il francobollo, per metterlo sulla busta da spedire, qualcosa andò storto. Il francobollo rimase incastrato tra le sue spine, e non ci fu modo di toglierlo. Il piccolo Cactus cercò in tutti i modi di liberarsi di quell’ospite appiccicoso e quadrato….ma nulla da fare: più si agitava e più rimanevano impigliati l’uno con l’altro.
Francobollo inizialmente non sembrava molto simpatico, e l’idea di dovere stare attaccati l’uno all’altro, per chissà quanto tempo, non entusiasmava nessuno dei due. Poco per volta però cominciarono a parlarsi, e piano piano, tra una confidenza e l’altra, scoprirono di avere in comune la passione per i viaggi. Ma se al piccolo Cactus, a causa delle radici, era stata negata questa possibilità…a Francobollo invece era stata data sin dalla sua nascita. Aveva viaggiato tantissimo, per ogni parte del mondo, accompagnando buste, cartoline e raccomandate…..nel corso della sua  vita aveva già fatto il giro del globo per ben otto volte, anche se ora cominciava ad essere un po’ stanco. Infatti non era poi così male per lui doversi fermare un po’, anche se le spine della pianta non erano comodissime. Cominciò a raccontare ogni sua avventura al piccolo Cactus, che, ascoltandolo con occhi chiusi e cuore aperto, riuscì ad immaginarsi di visitare ogni angolino della terra. Il tempo intanto passava….Cactus divenne alto e robusto, e Francobollo non smise un solo secondo di parlare.
Un giorno un turista, passando da lì, vide la pianta sbucare dalla neve….era strano vedere un cactus in Alaska. Con cura decise di prenderlo, di metterlo in un vaso e di portarlo con se’…era un turista alle prese con il suo primo giro del mondo. Cactus e Francobollo viaggiarono per molti giorni con lui, visitando posti meravigliosi, da nord a sud, fino a quando atterrarono in Africa. Il turista, rendendosi conto che il suo nuovo compagno di viaggio sarebbe stato bene in quella terra calda, decise di piantare il cactus vicino ai suoi simili. Con la stessa cura che aveva usato per metterlo nel vaso, lo mise nel terreno accanto a tantissime altre piante grasse. Ma ancora non si accorse del francobollo, che ben felice di riposare, rimase aggrappato all’amico senza mai farsi vedere dal turista gentile. Cactus e Francobollo rimasero così insieme…e passarono le loro giornate a raccontare agli altri cactus di quanto fosse bello il  mondo.

Ale e Mary

Terza puntata- Tutti gli usi della parola a tutti

Ciao piccoli e grandi lettori.
La tecnica di oggi avrà a che fare con il binomio fantastico, vi ricordate di cosa si tratta? A chi volesse rinfrescarsi la memoria, lascio il link allo scorso articolo: https://tramm.it/la-coppia-perfetta/
Questa nuova tecnica permetterà di allontanarci dal nonsenso che caratterizzava le scorse favole, come “L’elefante sul marciapiede”: favole divertenti perché descrivevano mondi impossibili, senza senso. Infatti, Gianni Rodari, nella puntata di oggi, ci dice: “Non siamo più nel nonsenso. Siamo all’uso della fantasia per stabilire un rapporto attivo con il reale”.


SUPER SAIYAN

Vi svelo un segreto: non so per quale motivo, da piccola non mi piacevano i buoni, ho sempre tifato per i cattivi, pur sapendo che avrebbero perso. Ad esempio, i miei amici a carnevale si travestivano da Batman, io invece stavo dalla parte di Joker e a carnevale sfilavo a testa alta travestita da Draco Malfoy, mentre tutti volevano essere di Griffondoro.
Ovviamente c’erano delle eccezioni, come Spiderman o Goku; che emozione quando Goku si trasforma finalmente in Super Saiyan! Abbiamo aspettato tante puntate coi nasi attaccati allo schermo, come quando si aspetta Babbo Natale coi regali.
Il punto è che dobbiamo immaginarci il binomio fantastico di Gianni Rodari, come Goku con le sue evoluzioni; l’evoluzione di cui sto parlando è l’Ipotesi Fantastica.


L’IPOTESI FANTASTICA
Essendo l’evoluzione del binomio fantastico, è necessario scegliere due parole, ma questa volta dovranno essere un soggetto e un predicato. Io ho scelto, per rimanere in tema, “Cattivi” e “Fare del bene”.
Il passaggio successivo prevede di inserire soggetto e predicato all’ interno dell’ipotesi: “cosa succederebbe se…
La mia ipotesi fantastica è dunque pronta: Cosa succederebbe se i cattivi iniziassero a fare del bene?
Gianni ci da sempre dei suggerimenti, infatti ci invita ad arricchire di materiale la nostra ipotesi immaginando, ad esempio, chi e che cosa cambierebbe di fronte a questa novità. Più materiale rintracciamo inizialmente, più la nostra storia sarà interessante, basterà unire tutti i puntini e la favola è fatta.


MARTINO, IL CUGINO DI MARTE
Una volta i cattivi abitavano su un pianeta lontano da quello dei buoni. Era un pianeta grigio, puzzolente tanto spaventoso. Nessun fiore colorava i balconi delle case, nessun palloncino svolazzava per festeggiare i compleanni dei bambini, e il carnevale era stato bandito da diversi anni, perché le persone non si potevano divertire su quel pianeta. Vicino a Marte, invece, c’era il pianeta dei buoni. La cosa che i cattivi non sopportavano era vedere quanto i suoi abitanti fossero sempre felici, e come tutti sorridessero di continuo; poi avevano una festa per qualsiasi occasione: la festa del lunedì, quella del martedì, quella del mercoledì fino alla domenica. Invece, l’unica festa dei cattivi era quella del Piano Rottolo: durante la festività si premiava il bambino che era riuscito a creare il piano più astuto per dar fastidio ai buoni. Ci si radunava sul pianerottolo del sindaco dei cattivi per decretare e premiare il vincitore, il quale sarebbe stato a capo della missione contro i buoni.
Nell’ ultimo Piano Rottolo, venne premiato Mar il Cattivo. Si impegnò tutto l’anno per ricevere il premio, e la sua ambizione e determinazione gli permisero di guidare la miglior squadra di cattivi. I suoi soldati avevano grande fiducia in lui, nessun bambino aveva mai presentato un piano così perfetto. Ma quando Mar il Cattivo arrivò sul pianeta dei buoni non riuscì a mettere in atto il suo piano. Non aveva mai visto nulla di così bello: le strade erano pulite, dai balconi proveniva un buon profumo di fiori, i bambini correvano in parchi con alberi di un verde brillante e giocavano a palla coi propri genitori. Mar non aveva mai giocato e riso con la sua famiglia, aveva sempre lavorato a quel piano e, se avesse sbagliato un solo colpo, suo papà lo avrebbe sgridato. Come attirato da una calamita, iniziò ad avvicinarsi al parco. Si sentiva strano, non aveva mai provato quella sensazione prima. Avvertiva nelle gambe una spinta che cresceva sempre più mentre si avvicinava, fino a che non si mise a correre senza nemmeno pensarci. Iniziò a giocare anche lui, ecco cos’era quella sensazione: il desiderio di giocare e di avere degli amici, di sentirsi amato!
A un certo punto un bambino, più piccolo di Mar, cadde e si fece male. Mar lo aiutò a rialzarsi e lo accompagnò a una fontana lì vicino, per bagnagli il ginocchio sbucciato. Mar sentì un forte peso al cuore e non si spiegava il perché di quel fastidio.
Il bambino lo vide preoccupato e gli chiese:- Che cos’hai?
– Non lo so, sento come un fastidio, qui vicino al cuore
– È perché mi hai aiutato che ti senti così
– Cosa vuol dire? Devo andare dal dottore?
– Certo che no. Far del bene riempie il cuore, e più il cuore si riempie più si appesantisce. Ma è un peso bello, che dona tanta gioia. Vedi, stai già sorridendo.

– È vero, non mi ero nemmeno accorto.. ma tu dici che anche un cattivo può diventare buono?
– Io credo di si, tu mi hai aiutato. E poi anche qui sul pianeta dei buoni a volte ci si fa i dispetti. Guarda i grandi, ad esempio: anche i grandi buoni hanno sempre tenuto alla larga i grandi cattivi, senza mai aiutarsi. Nessuno è migliore dell’altro in questo.
– Hai ragione. Comunque io sono Mar, tu come ti chiami?
– Io mi chiamo Tino.
– Se uniamo i nostri nomi ne creiamo uno nuovo: Martino. Cosa ne dici di fondare un nuovo pianeta, qui vicino a Marte, e chiamarlo Martino? Sarà il posto dove i buoni e i cattivi potranno vivere insieme aiutandosi l’uno con l’altro.
Da quel giorno, i pianeti dei buoni e dei cattivi si svuotarono per fondare il nuovo pianeta Martino, dove i colori dei buoni si andarono a mescolare con quelli dei cattivi. I buoni insegnarono l’altruismo e la pazienza ai cattivi, mentre questi insegnarono loro la determinazione e l’ambizione. Martino è il pianeta dove tutti vengono accolti e dove ognuno ha la possibilità di essere buono, anche se a volte capita di sbagliare.

Siete pronti a creare la vostra ipotesi fantastica? Mandateci le vostre storie a info@tramm.it
Alla prossima puntata.

                                                                                                                                                                                                                      Elena

P.S.: per diventare dei veri esperti, potrete acquistare il libro su cui si basano gli articoli della mini serie; vi basterà cliccare su questo link https://100giannirodari.com/opera/grammatica-della-fantasia-40/

 

LA RUOTA DI RISO E ALTRE STORIE

Buon Rodaridì a tutti!
Per iniziare la settimana al meglio, ci vuole proprio una bella tazza di fantasia a colazione. Ad attivare la nostra immaginazione ci pensano gli autori di questa settimana; grazie per averci inviato delle bellissime storie!! 
Non resta che augurare a tutti una buona lettura

 

LE FAVOLE DEL RODARIDÌ

 

GIOCARE A TOMBOLA SCALANDO LE ALPI RICCHI PREMI IN CIMA!

Il nuovo gioco che fa impazzire gli scalatori da tutto il mondo , ma come funziona ?
È la classica tombola solo che i numeri vengono dati dalla cima della montagna usando l’eco, e i partecipanti  (se capito il numero)devono scalare e arrivare in cima salendo ad ogni numero preso!
Ma solo chi fa tombola arriverà alla cima!
Naturalmente ad ogni vincita dell’ ambo , terno etc  i partecipanti potranno urlare la vincita e dall’ alto riceveranno un simpatico premio che dovranno prendere al volo!
Divertimento assicurato!!

Alberto

 


IL RISVEGLIO DELLE COCCINELLE

M-movimento
E-elastico
L-lanciando
A-acuti

I primi raggi di sole scaldano i fiori che sino a poco tempo fa erano il rifugio invernale delle coccinelle. La coccinella mariella,sente il tepore del sole,ed esce con un movimento elastico,salta qua e la ,ancora assopita e assonnata dal lungo letargo,dalla grande fatica lancia un acuto fortissimo.Tutte le coccinelle che si trovano racchiuse nel fiore alzando leggermente lo sguardo,si risvegliano improvvisamente. Chiedendosi il perché di tutto questo chiasso….
Dico a voi amiche mie !è ora di risvegliarvi dal grande sonno il prato è invaso da colori e profumi forza tocca a voi .EVVIVA EVVIVA E PRIMAVERA

Carla

 


LA CASA DEL SORRISO

Parole: casa e sorriso; autrice: Michela

Nella casa del sorriso bisogna bussare ogni mattino.
Entrare lentamente e fare la riverenza a chi del sorriso è rimasto senza.
Qui infatti si cura chi il sorriso ha perduto, chissà, magari in un fosso è caduto.
Giochi, scherzi, salti e danze son le cose da portare se nella casa del sorriso si vuole entrare,
a portare gioia e allegria a chi il sorriso è volato via!

Michela

 


PESCE D’ALBERO

Parole: pesce e albero autrice: Elisa

C’era una volta un pesce d’albero. Anziché essere un pesce d’acqua, lui viveva su un albero.
In quest’albero il pesce viveva tranquillamente, parlando con il suo amico Sario, uno scoiattolo. Jimy, il pesce d’albero, e Sario, giovacano dalla mattina alla sera. Un giorno andarono a fare una passeggiata in montagna.
Trovarono un laghetto e Jimy vide tantissimo pesci come lui, ma senza zampe. Jimy, seguito da Sario, entrò in acqua, e gli piacque tantissimo, Sario però non sapeva nuotare! Jimy allora gli fece imparare ogni trucco per stare a galla, che lui aveva scoperto non appena aveva toccato l’acqua. Eh si per lui era naturale nuotare! Alla fine anche Sario imparò a  nuotare  e non aveva neanche bisogno di trattenere il fiato! I due nuotarono insieme finchè non videro una specie di tana. Avevano trovato un posto in cui passare il tempo sott’acqua! Jimy e Sario continuarono a vivere sul loro albero ma quando volevano andare sott’acqua non c’era niente e nessuno che poteva fermarli! Vissero così felici e contenti.

Elisa

 


LA RUOTA DI RISO

Parole: ruota e riso autrice: Gloria

C’era una volta un signore molto povero, che possedeva solo una ruota, una ruota di riso. Gliel’aveva regalata un vagabondo, che a sua volta l’aveva ricevuta da uno sconosciuto. Peccato che con quella ruota non ci si poteva fare niente, solamente guardarla. Il povero abitava in un capanno in mezzo ad un enorme prato. Lì non veniva mai nessuno, ma c’erano cespugli ricchi di bacche succose, alberi da frutto e qualche fiorellino. Il povero lasciava la ruota sempre fuori, sotto il sole, e per questo, giorno dopo giorno, la ruota cominciò a sciogliersi, il povero non poteva farci nulla perché dentro casa non c’era spazio. Fu così che, tempo dopo, la ruota era ormai tutta sciolta ma dal liquido che ne era rimasto sbocciò, come per magia, una bambina. Il povero e la bambina fecero subito amicizia. Lui si prese cura di lei e vissero per sempre felici e contenti come padre e figlia.

Gloria

 


IL CERCHIO DELLA FARFALLA

Parole: cerchio e farfalla autrice: Beatrice

C’era una volta una farfalla che era nata con le zampe unite a forma di cerchio. Anche se le farfalle vivono solo un giorno lei sarebbe sempre caduta e non si sarebbe potuta posare sui fiori. Come avrebbe fatto? Dopo un’ora stava già per morire, ma arrivò un topo. Quel topo era molto strano, perché viveva già da mille anni dentro il tronco di un albero morto. Aveva con sé un fiore rarissimo. Era bianco con delle macchie rosse alla fine dei petali. Il topo lo fece mangiare alla farfalla e una luce la avvolse. In seguito, quando la luce si dissolse, la farfalla non aveva più le gambe attaccate, ma dei cerchi erano finiti sulle sue ali. Ora aveva delle ali bellissime e in più poteva appoggiarsi e volare.

Beatrice

LA MARATONA DELLA GALLINA CHE LITIGO’  CON IL BRODO

Era un sabato mattina e il sig. Osvaldo si svegliò,  ma sul suo comodino la sveglia non trovò. Vide invece che al suo posto c’era un cappello, che nascondeva una  bottiglia di limoncello. Mise la bottiglia nel suo calzino, e una trombetta in un taschino.
 Andando in cucina ascoltò il canto del  gallo, e si mise a preparare un buon timballo. Ma ecco provenire un altro suono, molto più simile ad un frastuono. Era lei, quella vecchia gallina, che stuzzicava il gallo ogni mattina.
Il Sig. Osvaldo pensò ad un’altra ricetta, e corse nell’orto in tutta fretta. Tornò con in mano due carote arancioni, una patata, una cipolla e dei verdi fagioloni. Preparò un pentolone di acqua bollente e mise in bocca uno stuzzicadenti. Ficcò nella pentola tutti gli ortaggi, e cominciò ad avere miraggi. La verdura infatti si mise a parlare, e per la temperatura dell’acqua a borbottare. La gallina dalla finestra curiosa spiava,  ed infuriata  starnazzava:
-Sig. Osvaldo, ma cosa cucina?! Non doveva fare un timballo questa mattina?-
-Ma il sig. Osvaldo un po’ sbigottito,  sentendola parlare  rimase impietrito.-
Rispose invece un fagiolone, usando anche un bel vocione:
-Ma cosa ti importa, gallina agitata!!! Non credo che a pranzo tu sia stata invitata!-
-Stai zitto fagiolo, non parlo con te! Il sig. Osvaldo può rispondere da sé!-
Il sig. Osvaldo andò in confusione, e con un coperchio coprì il pentolone.
Ma gli ortaggi in coro si misero a strillare:- Gallinaccia, la verità è che un brodo di pollo vuole fare!-
La gallina,che aveva un grande udito, morsicò al sig. Osvaldo un dito. Fece un salto verso la finestra, e scappò per non essere infilata dentro la minestra.
Il brodo intanto si stava scaldando, e la caccia alla gallina stava incitando:- Corri Osvaldo, riprendi il pennuto!- gridavano gli ortaggi all’uomo ancora muto.
Osvaldo allora mise delle briglie al suo gatto, e corse verso la porta come un matto.
Ma il micione non si fece montare, e un cammello dovette rubare. Vi salì  in groppa insieme al felino, e chiese qualche informazione al suo vicino:- Senta lei, mi può aiutare? La mia gallina devo trovare!-
Il vecchietto gli disse che non aveva visto niente, e che sulle strade era da tempo che non vi era più nemmeno gente.
Osvaldo proseguì lungo la via, ma della gallina non c’erano ne’ impronte ne’ scia. E aveva ragione quel vicino anziano, sulla strada non trovò nessuno, nemmeno un marziano.  Ma dove era finita tutta la gente? Possibile che nessuno avesse visto niente?
Sulla strada non volava una mosca, decise così di suonare la Tosca. E dalle finestre comparvero dei visi, che si trasformarono in timidi sorrisi.
Ma per lui non era abbastanza: non potevano aiutarlo a trovare la gallina se stavano tutti nascosti in una stanza. Così la trombetta si infilò nel naso, e sulla testa si mise un vaso. Poi ci rovesciò dentro il limoncello, e ne diede un goccio anche al cammello. In un attimo quei sorrisi si trasformarono in risate, e dal vociare le vie vennero inondate!Tutti scesero sulla strada incuriositi, e da un incarico vennero investiti: -Dobbiamo ritrovare la mia gallina impertinente…senza pollo il mio brodo non saprà di niente!-
Ed eccola passare in mezzo alla gente, come se della sua caccia non le importasse  niente!Tutti i presenti cercarono  di acciuffarla, ma era così spedita che nessuno riuscì a fermarla. Gridava -corro, corro,  e il brodo non mi avrà!E’ così bella la mia libertà!!!-
Tutte le persone la guardarono ammirata, per la sua libertà che si era conquistata….saltellava veloce sulle sue zampette, che sembravano trasformarsi in due saette. Così cominciarono ad incitarla, e nessuno volle più fermarla. Anzi, ormai la seguivano come una padrona, e la sua fuga si trasformò in una maratona. Il sig. Osvaldo rimase solo con il  gatto ed il cammello, a cui offrì ancora un goccio di limoncello. Non gli restò che tornare verso la sua casetta, per prepararsi un’altra ricetta. Avrebbe potuto cucinare il timballo….ma, giunto nel cortile, si ricordo’…. che aveva un gallo!

Ale e Mari

 


BISBO IL RE DEL MARCIAPIEDE

Nel paese di Vicetta, un piccolo paese sulle rive di un fiume, si era verificato un evento insolito. Il circo Maner, che aveva da poco lasciato il paese, aveva dimenticato li Bisbo, il vecchio elefante dei loro spettacoli. Bisbo, per niente impaurito, si aggirava nel centro del paese, con andatura molto lenta e guardava incuriosito la gente che, al suo passaggio correva ed urlava spaventata. Era scesa la sera, Bisbo, forse un po’ stanco si fermò e si sdraiò sul marciapiede e lentamente si addormentò. La mattina seguente, mentre Bisbo ancora dormiva, passarono di lì un gruppo di bambini che, come tutte le mattine, andavano a scuola e alla vista dell’elefante si fermarono e iniziarono a scuoterlo per farlo svegliare. Simo, il bambino più grande gridò: ”Forse è qui sdraiato perché non ha trovato cibo e acqua”. Lory uno dei bambini rispose: ”Andiamo a procurare cibo e acqua e quando torniamo lo aiuteremo ad alzarsi”. Così il gruppo di bambini andarono insieme da Mommi, il fruttivendolo del paese e dopo aver raccontato dell’elefante, si fecero consegnare un sacco ricolmo di frutta e dell’acqua. Toranti da Bisbo, li accolse un’amara sorpresa. Un enorme autoarticolato, con l’immagine di Bisbo stampata sui lati,stava caricando l’elefante che, barrendo molto forte, opponeva resistenza. Erano tornati i signori del circo Maner, che dopo essersi accorti che Bisbo non era con loro, avevano fatto ritorno a Vicetta. I bambini allora iniziarono a gridare forte: ”lasciatelo stare, non fategli del male”. Un gruppo sempre più numeroso di persone si aggregarono ai bambini e tutti insieme fecero una barriera per impedire che l’elefante fosse caricato sul grosso veicolo. A quel punto Simo, il bambino più grande, prese della frutta e si avvicinò a Bisbo, che iniziò a mangiare con gusto. Tutti i bambini diedero cibo ed acqua all’elefante che, per gratitudine li accarezzò lentamente con la lunga proboscide facendo attenzione a non far loro del male. I signori del circo rimasero attoniti nel vedere quella scena e ad un certo punto uno dei bambini propose: ”perché non lasciate in pace questo elefante, si vede che oramai è vecchio e stanco. Ci occuperemo noi di lui e, propongo di costruire su questo marciapiede una grande stalla dove lui abiterà e noi gli procureremo il cibo”. Da poco era giunto il sindaco del paese, che accolse con piacere la proposta dei bambini. In pochi giorni la stalla fu costruita e del circo Maner non ebbero più notizie. I bambini, i loro genitori e tutta la gente del paese si presero cura di Bisbo e lo proclamarono ”Re di Vicetta”. Bibo, con quell’ enorme corona sulla testa, barriva felice su quel marciapiede che gli aveva cambiato la vita.

Ivan ed Emanuela

Seconda puntata – Tutti gli usi della parola a tutti

 

LA COPPIA PERFETTA

Non fatevi ingannare dal titolo, non parleremo di problemi d’amore… anche se quando si parla di fantasia l’amore c’entra sempre. Nella scorsa puntata abbiamo sperimentato la tecnica del “sasso nello stagno”, cercando di inventare una storia partendo da una sola parola: se ve la siete persa ecco il link: https://tramm.it/niente-buchi-nell-acqua-con-l-immaginazione-2/. Ma Rodari, nella “Grammatica della Fantasia”, ci insegna che questo non è abbastanza, è solo “un’illusione ottica”. Continuando a leggere il libro, l’autore mi ha rivelato che per “suscitare una scintilla” ci vogliono due parole!

Il binomio fantastico
Gli scout lo sapranno sicuramente meglio di me, ma avete in mente quelle commedie della domenica pomeriggio in cui papà e figlio vanno in campeggio? Il padre, orgoglioso e fiero, per ricercare una connessione con la natura, accende il fuoco sfregando due bastoncini o picchiettano due piccole pietre l’una contro l’altra. Gianni Rodari ci parla proprio di questo, di prendere due parole e avvicinarle per far scoccare la scintilla. Conosciamo coppie storiche come Romeo e Giulietta, Otello e Desdemona, Amleto e Ofelia … ah scusate, avevo detto che non avrei parlato di problemi d’amore (e qui ce ne sono giusto un paio). Però a dir la verità, questi nomi associati, possono aiutarmi a spiegare quanto detto da Rodari: la scintilla si accende con il conflitto. Infatti il motore delle storie narrate da Shakespeare, il fuoco che le tiene vive, è proprio il conflitto: tra famiglie, dovuto alla gelosia o interiore che sia. È dai contrasti che nascono spunti interessanti, e quindi la scintilla di cui abbiamo bisogno. A Gianni Rodari, però, non piacciono le associazioni scontate. Lui parla di “binomio fantastico”, all’interno del quale le due parole devono essere distanti e “liberate dalle catene verbali” alle quali sono legate normalmente. L’autore suggerisce di affidarsi al caso per sceglierle. E in seguito, da a noi la responsabilità di creare un legame tra loro. Ecco perché ho deciso di “sfruttare” una mia amica e mio fratello, che mi hanno suggerito una parola ciascuno:  marciapiede ed elefante. Accetto la sfida!!!
Il buon Gianni suggerisce, come primo passo, di unire le due parole con delle preposizioni; vi faccio due esempi:
– L’elefante del marciapiede
– L’elefante sul marciapiede
Da qui si può dar vita alle proprie storie

Le mie storie

L’elefante del marciapiede. C’era un elefante che aveva preso domicilio sul marciapiede di Marnana. Si era costruito un piccolo appartamento proprio su quel marciapiede, e i marnasiani sapevano dove cercarlo quando avevano bisogno di lui. Tutti sapevano che lui era l’elefante del marciapiede, e non un elefante qualsiasi. Se si parlava dell’elefante grigio, o dell’elefante con la proboscide nessuno lo riconosceva, ma se si parlava dell’elefante del marciapiede era di certo lui.

L’elefante sul marciapiede. L’elefante Panino era la prima volta che veniva in Italia e non aveva mai visto una città come le nostre. Era molto curioso di scoprire quali segreti poteva nascondere una città italiana, ma anche molto spaventato. Come quella volta in cui aveva paura di attraversare la strada e se ne stette per settimane e settimane sul marciapiede senza mai poggiare una zampa sulle strisce che le ricordavano troppo le sue amiche zebre e gli sembrava brutto camminarci sopra. Per paura della strada e per non fare male alle strisce quindi se ne restò lì sul marciapiede. A un certo punto però il marciapiede iniziò ad arrabbiarsi perché l’elefante era estremamente pesante.
– Vuoi scendere dalla mia schiena oppure ci rimarrai per tanto tempo?? Ho una certa età io!
– Mi scusi signor marciapiede ma io ho paura di attraversare la strada.
– Ha mai pensato di fare il giro lungo?
– Si, ma ci metterei una vita
– Ha ragione, però a me fa male la schiena.  Almeno potrebbe non stare fermo in un punto solo?
– Certamente.
Così l’elefante iniziò a camminare avanti e indietro, avanti e indietro… fino a che non gli girò talmente tanto la testa che cadde sulla strada e senza nemmeno accorgersi iniziò a rotolare dall’altra parte. Il marciapiede si spaventò perché aveva paura che qualche macchina lo avrebbe colpito; l’elefante si riprese solo quando ormai era già arrivato dall’altra parte.
– Bravo elefante!! Sei arrivato dall’altra parte e a me non fa più male la schiena!- disse il marciapiede.
– Non mi sono nemmeno accorto, non deve essere poi così difficile.

È bastato utilizzare questa semplice tecnica per mettere in moto l’immaginazione. Ma questi sono solo degli  esempi, son sicura che voi potrete fare di meglio fantasticando sul vostro binomio. Sperimentate anche voi il “binomio fantastico” e inviateci la vostra storia all’indirizzo mail info@trammm.it

A presto!

Elena

P.S.: per diventare dei veri esperti, potrete acquistare il libro su cui si basano gli articoli della mini serie; vi basterà cliccare su questo link https://100giannirodari.com/opera/grammatica-della-fantasia-40/

COSA AVRÀ SOGNATO OSVALDO? E ALTRE STORIE

Ciao a tutti,
oggi non è un semplice lunedì, oggi è RodariDì!
Non sapete cos’è? Ve lo spiego subito. Durante il RodariDì, potrete trovare, qui sul blog di Tramm, le favole scritte da chi ha voluto sperimentarsi con le tecniche della fantasia di Gianni Rodari. 
Ma dove si possono trovare queste tecniche? Nella miniserie “Tutti gli usi della parola a tutti”; ogni mercoledì viene pubblicato un articolo, qui sul blog, in cui viene spiegata una tecnica da poter utilizzare. Trovate il primo articolo al link: 
https://tramm.it/tutti-gli-usi-della-parola-a-tutti-niente-buchi-nell-acqua-con-l-immaginazione-2/

Negli ultimi giorni, alcuni di voi, ci hanno inviato delle storie.
Buona lettura!

LE FAVOLE DEL RODARIDÌ

BERTO IL BURATTINAIO 
Cielo
Ombra
Mani
Piegate
Unico
Teatro
Errante 
Radioso
C’era una volta nel paese di Quistai uno scoiattolo di nome Berto.
Berto era molto conosciuto per i suoi spettacoli con i suoi burattini che facevano ridere tanto i bambini.
Abitava in una casetta di legno  su di un grosso albero di noci, anche se spesso si spostava un po’ di lì e un po’ di là per i suoi spettacoli.
I suoi burattini erano meravigliosi, tutti di legno, fatti con i rami caduti dagli alberi e tutti dipinti da lui, sembravano vere opere d’arte.
Un giorno preparò il suo sacco con tutta l’attrezzatura per i suoi spettacoli e si mise in cammino verso Viavai.
Cammina cammina finché, a un certo punto, le nuvole diventarono nere nere, stava arrivando la tempesta! 
Le nuvole iniziarono a lanciarsi secchiate d’acqua e… acqua di qua, acqua di là, acqua di su e acqua di giú.
Il povero Berto cercò di proteggere i suoi delicati burattini, mise il sacco sotto alla mantella, ma arrivò anche il vento che lo spostava di qua e di lá, di su e di giù finché il sacco divenne sempre più pesante, tutto zuppo e difficile da trasportare e gli scivoló via dalle zampine stanche. Il sacco rotolò via spinto dal vento e finì nel fiume in piena.
Berto tornò a casa tutto sconsolato, in lacrime e anche tutto bagnato e dalla stanchezza si addormentò così a zampe all’aria senza accorgersi che il vento anche il tetto gli aveva portato via.
Il giorno seguente un raggio di sole lo svegliò, si stropicció il muso e notò la sua ombra sul pavimento, si grattò la testa con la zampa destra e  “che buffo” pensò  “la mia ombra sembra quasi un cavallo” e così gli venne in mente un’idea geniale. 
Con le zampe e la coda poteva creare forme divertenti di animali, iniziò dalla farfalla, poi il coniglio e poi il cane, aveva di nuovo i suoi attori!
Lo spettacolo poteva ricominciare e una nuova storia poteva raccontare.
Leggero leggero correva ora come il vento portando con sé le sue storie divertenti per far ridere anche i bimbi senza denti.
Morale: se perdete qualcosa di materiale non disperate con un po’ di immaginazione e le vostre mani, una soluzione la potete sempre trovare. 
Monica Barzaghi  da Lurago d’Erba 


LUCIA
Lucciole

Uso
Ciao
Immobile
Albero

C’erano una volta tante, ma tante lucciole. Una però era diversa dalle altre. Non aveva la lucina! Lei abitava su un albero. Un giorno pensò ad un modo diverso per salutare. (N.B. secondo Lucia le lucciole usano la “lampadina” per salutarsi) “Farò un cartello con scritto Ciao… e come lo uso? Idea! Me lo attacco sulla pancia e lo attaccherò stretto stretto fermo…. immobile”.
Fine.

Ciao da Lucia e Chiara di Mandello!!

 

COSA AVRÀ SOGNATO OSVALDO?
Cosa avrà sognato Osvaldo? Col cappello dentro al letto, con in mano un clarinetto. Lo usa come un telescopio, per guardare su nel cielo. Suona a vento la sua musica, che raggiunge in fretta il melo. Varca la soglia della finestra, sente i rumori di una festa. Si arrampica goffo sull’alberello, e si tiene attaccato con un ombrello. Afferra una mela e le da’ un morso, ma a quel punto vede sopraggiunge un orso. L’orso bruno avanza saltellando, e il clarinetto sta suonando. Il vecchio Osvaldo prende un frutto, e gli fa fare un grande tuffo. Ma la mela colpisce la sua finestra, così decide di andarsene alla festa.

Da Ale e Mari

 

IL FLAMENCO DELLE MEDUSE
Le meduse spagnole sono molto brave a suonare le nacchere. Infatti, ogni anno si iscrivono ai concorsi di flamenco e vincono sempre. Il coniglietto Gino era curioso di sapere come mai erano tanto brave, così decise di seguirle e spiarle prima della gara. Le vide mettere le nacchere nell’acqua e queste iniziavano a frizzare. Allora il coniglio Gino entrò nel camerino arrabbiato accusandole di usare la magia: “ Vi ho viste, voi avete delle nacchere magiche è per questo che vincete sempre” ma la capa delle meduse gli spiegò che quelle erano solamente delle nacchere effervescenti… “Le produciamo noi perché  ci piacciono di più di quelle normali. Il fatto che vinciamo sempre, caro Gino, è perché lavoriamo sempre molto prima delle gare!”

Sabrina da Malgrate

 

LA TEMPESTA DELLE ALI
Planano
Ali
Nell’

Ingresso
Nero
Ovale

C’era una volta un grande hotel con un ingresso grandissimo, ma proprio gigante. Era tutto strano, le pareti tutte nere e la sua forma ovale, come una grande palla da rugby. Un giorno ci fu una grande tempesta e le finestre dell’atrio si spalancarono ed entrò un grande vento che sollevò tutto quanto, anche le persone che stavano lì iniziarono a volare per la stanza senza mai scendere. Ma la cosa più strana era che dalla finestra iniziarono ad entrare tantissime ali, ma non erano degli uccelli, erano solo ali: grandi ali bianche che volavano da sole. Chissà, chi le ha perse? La tempesta poi finì e la gente tornò coi piedi a terra.

Ciao Tramm, da Gabriele di Lecco

 

MANO
Morde
Anello
Nuvola
Ombrello

Una nuvola si annoiava perché non le piaceva soffiare il vento come alle sue amiche. Un giorno un omino che volava col suo ombrello le regalò un anello perché la vedeva triste. La nuvola lo ringraziò e lo salutò, ma in realtà non sapeva che farsene di quell’anello… lei non ha le dita. Allora decise di morderlo.
Fine.

Da Riccardo

 

 

Prima Puntata – Tutti gli usi della parola a tutti

NIENTE BUCHI NELL’ACQUA CON L’IMMAGINAZIONE

Quante volte in estate mi è capitato di ritrovarmi in riva al lago a gettare sassi in acqua… Pomeriggi interi a fare a gara coi miei amici, a chi fa rimbalzare più volte il sasso sulla superficie dell’acqua, o a chi lo tira più lontano rischiando, pur di vincere, la lussazione della spalla. Mi ricordo anche di attimi in cui mi son seduta sul bagnasciuga pensierosa, e senza neppure badarci iniziavo a gettare sassi contro le onde. Un’immagine romantica, anche filosofica che richiama alla mente figure come il Viandante, per gli amanti della storia dell’arte, o, ancora meglio, Hercules per gli amanti della Disney, quando inizia a cantare “Posso Farcela”. Stando lì per i fatti miei, e chi si è ritrovato nella stessa situazione lo potrà confermare senza grande stupore, mi capitava di seguire con lo sguardo le increspature dell’acqua, che si formavano appena il sasso toccava la superficie, e da quel punto si allontanavano, formando cerchi concentrici sempre più ampi. Questo fino a che il mio occhio non riusciva più a catturarne l’immagine. E allora gettavo un altro sasso ricominciando il rito ipnotico, estremamente rilassante a parer mio. 

Il sasso nello stagno

Quest’immagine l’ho ritrovata di recente tra le pagine di un libro di Gianni Rodari: ”La Grammatica della Fantasia”.  Immagine evocativa, utilizzata dallo straordinario e geniale autore come similitudine per spiegare uno dei suoi primi esercizi di fantasia. Nel libro, Gianni Rodari, spiega che come un sasso in uno stagno toccando l’acqua crea cerchi concentrici, andando a condizionare il movimento di tutto ciò che sta sulla superficie, e tutto ciò che cadendo incontra, anche le parole “lanciate” nella mente di chicchessia producono lo stesso effetto. Come una reazione a catena, quella parola urta contro le altre che si associano involontariamente ad essa. Infatti la tecnica presentata a seguito della similitudine l’ha chiamata proprio “sasso in uno stagno”. Ho provato ad utilizzarla partendo dalla parola “marmellata”. Seguendo le indicazioni trovate sul libro ho iniziato a lavorare su questa parola, cercando: 

          Tutte le parole che iniziano con m ma non proseguono con a
MELA, MERENDA, MIRTILLO, MONELLO, MUCCA, MOLLA, MOSSA, MISTERO …

          Tutte le parole che iniziano con la sillaba ma
MARACHELLA, MANDARINO, MARSUPIO, MANDOLINO, MACERO, MACCHERONE ..

          Tutte le parole che rimano con ata
CIOCCOLATA, CARAMELLATA, AGIATA, STUFATA, COCCOLATA, PARALIZZATA, PANNA MONTATA …

          Tutte le parole che le stanno accanto a livello semantico
VASETTO, COLAZIONE, MERENDA, ZUCCHERO, NUTELLA, FETTA BISCOTTATA, PANE, BURRO, COLTELLO …

Ma Rodari dice che non è sufficiente questa prima associazione di parole, che può dare solo dei risultati piuttosto banali, senza accendere una scintilla. È necessario trovare degli accostamenti improbabili. Quindi ho continuato a seguire i suoi consigli, facendo prima una pausa in cucina per mangiare una fetta di pane e marmellata di frutti di bosco. Uno dei passi successivi prevede di scrivere in verticale la parola scelta e trovare per ciascuna lettera, che la compone, nuove parole.
Inizialmente senza una logica: 

Muschio
Alto
Rischio
Mesto
Elementare
Liuto
Ladro
Alticcio
Tassello
Anaconda

In seguito, cercando di creare un legame tra una parola e l’altra in modo da ottenere una breve frase 

Mi
Appaiono
Rare
Mucche
Estremamente
Lunghe
Luminose
Andare
Tutte
Assieme

Questi piccoli esercizi  hanno fatto in modo che la mia testa si trasformasse in un grande frullatore: la mia mente si è affollata, in men che non si dica, di parole, immagini, colori che si mescolavano tra loro. È bastato appoggiare la penna sul foglio per creare la mia prima favola per bambini 

La Mucca Bislunga
Poco distante dal pianeta delle scimmie c’è il pianeta delle meduse, e tra quello delle meduse e quello dei tucani c’è quello delle mucche. Mica stupide le mucche! Si son trovate il posto migliore: tutto l’anno possono godere delle temperature tropicali provenienti dalle case dei tucani, e possono abbronzandosi al sole che illumina il mare delle meduse. Al centro del pianeta c’è un grande parco giochi, dove le mamme portano i loro vitellini per divertirsi. Un giorno una mucca tra le più grandi entrò nel parco e si sentì subito bambina. Voleva giocare anche lei a tutti i costi; provò ad entrare in un tunnel, ma era troppo piccolo, infatti si incastrò. Le altre mucche cercarono di aiutarla, tirandole le zampe e spingendole la testa. Sembrava impossibile riuscire a liberarla, ma dopo diversi tentativi ci riuscirono; solo che l’avevano tirata così tanto che si era allungata a dismisura, il corpo più snello che abbia mai visto. Tutti i bambini la guardarono e iniziarono a ridere. La mucca bislunga si mise a piangere e scappò dal parco. Da quel giorno, fu difficile per lei fare qualsiasi cosa: tutto sul pianeta era costruito a misura di mucca normale. La sua casa era troppo bassa e piccola, non poteva più andare in bici, e quando camminava per le strade occupava tutto il marciapiede, per non parlare di quando attraversava la strada: bloccava tutta la corsia, facendo arrabbiare le altre mucche che dovevano andare al lavoro. Tutti le stavano alla larga, anche i suoi amici non uscivano più con lei. Nessuna la voleva. Provò anche ad andare dal medico, ma nemmeno lui sapeva come aiutarla. La mucca bislunga si sentiva sola ed era molto triste, ma un giorno qualcuno suonò al suo campanello. Quando aprì, vide fuori dalla porta le mucche che l’avevano aiutata al parco.
– Ciao mucca bislunga, siamo qui per aiutarti.
– Siete molto gentili, ma nemmeno il medico è riuscito a farmi tornare come prima.
– Ma tu non devi tornare come prima, vai bene così. Siamo qui per aggiustare tutto il resto.
La mucca bislunga non capiva, ma poi vide delle mucche trascinare delle ruote e prendere la sua bicicletta. L’aggiustarono allungandola a misura di mucca bislunga, in modo che potesse utilizzarla. Nei giorni successivi, sistemarono anche la sua casa alzandola di tre piani, così non sbatté più la testa contro il soffitto. La mucca bislunga non sapeva come ringraziarle. Non avevano solo sistemato la sua bicicletta e la sua casa, ma aveva ritrovato delle amiche, alle quali piaceva pur essendo bislunga. 

Ho trovato questi esercizi estremamente stimolanti. Mentre studiavo la mia parola, mi stupivo delle associazioni che potevo fare anche con un minimo sforzo. La mia storia è davvero semplice, perché non ho dedicato tanto tempo alla parte creativa; eppure è la parte più divertente: è buffo scoprire il modo in cui le parole vengono riordinate nelle nostre teste. Non sono una psicologa e non studio la mente umana, quindi non so cosa succede nelle nostre menti, ma quello che posso assicurare è che può diventare un gioco divertente da fare in compagnia, in famiglia.
Provate anche voi a casa a scrivere una storia: non preoccupatevi della lunghezza o della forma, scrivete tutto ciò che vi va utilizzando la tecnica del “sasso nello stagno”, poi inviatela a questo indirizzo mail info@tramm.it. Durante il Rodaridì potrete leggere le vostre storie e quelle degli altri, sul nostro blog.
Buon divertimento e a presto!

Elena

P.S.: per diventare dei veri esperti, potrete acquistare il libro su cui si basano gli articoli della mini serie; vi basterà cliccare su questo link https://100giannirodari.com/opera/grammatica-della-fantasia-40/

Perché puntare oggi sull’arte?

Perché puntare oggi sull’arte?

Questa è una domanda che mi faccio spesso, ogni volta che mi trovo a scartabellare tra le carte dell’associazione. Bonifici da fare, rendiconti da preparare, rimborsi, iscrizioni, tabelle su tabelle, lettere, telefonate, e chi più ne ha più ne metta.

TRAMM non è un’azienda, TRAMM è un’associazione. Un’associazione che punta sull’arte, o meglio sulle arti: il canto, la danza, la recitazione e il Tai chi. Perché puntare oggi sull’arte e su cose artistiche quando giornalmente ci dobbiamo confrontare con la produttività, con la produzione, con i numeri?

Io mi rispondo sempre con questa frase che si trova all’interno de “L’idiota” di Dostoevskij: “La bellezza salverà il mondo”. L’arte tratta di bellezza, l’arta produce bellezza, l’arte si occupa di bellezza, a volte anche per opposizione.

Poi invece, personalmente, mi sono fatto una mia personalissima idea. Tutto ciò che è arte ha a che fare con l’intuizione, l’istinto, prende spunto sì, da ciò che sappiamo e conosciamo, ma per elaborarlo “artisticamente” e dare quindi voce al nostro essere più vero e profondo. L’arte usa un linguaggio che nemmeno chi la tratta a volte riconosce.

Quindi per chiudere la mia breve dissertazione… perché puntare oggi sull’arte?

Perché secondo me è puntare sulla vera natura dell’uomo… creare, inventare e far prosperare bellezza qualunque arte si voglia usare.