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E’ solo l’inizio: Un Mondo di Parole riapre i battenti!

Scrivere, come fare teatro, è un atto sociale che ci cambia e cambia il cuore di chi legge.

Un Mondo Di Parole, il gruppo Facebook di Tramm dedicato alla scrittura creativa, riprende le sue attività secondo una nuova programmazione settimanale ricca di novità. A partire da lunedì 2 novembre fino al 18 dicembre, grazie a tre nuove collaborazioni, noi membri del gruppo saremo incoraggiati ad approfondire le nostre capacità creative con delle proposte giornaliere. Per il nuovo anno invece stiamo già lavorando ad ulteriori trasformazioni che coinvolgeranno persone da tutta Italia. Supportaci in questa impresa partecipando creativamente!

 

La nuova programmazione:

(Per visitare il gruppo, vai a questo link: Un Mondo Di Parole)

Lunedì: PENNA E POPCORN

in collaborazione con La Nottola – Rivista Creativa per Adulti e Bambini

Penna e PopCorn - Striscia per articolo

Ogni settimana Ivil Iomy, nostro insegnante dei corsi di creatività e creatore della rivista, ci proporrà la visione di un film d’animazione e una attività di scrittura ad esso ispirata. Passeremo attraverso lungometraggi in stopmotion, altri di genere steampunk, altri ancora che raccontano la guerra vista dagli occhi di un bambino ecc… Il primo film consigliatoci da La Nottola è “La Famiglia Addams” del 2019. Per scoprire l’attività creativa ad esso collegata, ti invitiamo e a fare un salto nel gruppo o a seguirci su Instagram @trammassociazione!

Mercoledì: SCRITTURA CREATIVA in PILLOLE

in collaborazione con Viviana Hutter – Creativa e Storyteller

Scrittura Creativa in Pillole - Striscia per Articolo

Abbiamo conosciuto Viviana durante il lockdown della scorsa primavera ed è stata una delle più belle scoperte che questo 2020 ci ha riservato: non succede tutti i giorni che una creativa e storyteller di Napoli e una associazione teatrale della provincia di Lecco  vengano in contatto! Dopo una prima interessante intervista che le abbiamo fatto ad aprile, finalmente abbiamo trovato un modo per collaborare. Questi primi appuntamenti in cui sarà coinvolta, consisteranno in attività di scrittura creativa mirate ad approfondire lo storytelling emotivo attraverso tecniche narrative ed espressive. Queste saranno tratte dal suo libro Scrittura Creativa in Pillole. Ma il meglio deve ancora venire: se tutto andrà bene in questi due mesi di riscaldamento, nel nuovo anno daremo inizio con lei a qualcosa di veramente speciale! Non vediamo l’ora, e tu? Seguici per non perdere tutti gli aggiornamenti!

Venerdì: CULTURISTI

in collaborazione con Frammenti Rivista – Il mondo con gli occhi della cultura

Questa terza proposta è quella che più ci incuriosisce e su cui puntiamo di più. Dopo aver sfoderato nel nostro gruppo tutte le idee più bizzarre e strampalate che l’immaginazione ci potesse offrire, è arrivato il momento di ampliare il nostro campo di ricerca creativa anche a tematiche più complesse come la bellezza, l’amore, i diritti, la morte e la giustizia, per citarne alcune.

Abbiamo deciso di farci aiutare in questo dal presidente di Frammenti Rivista, Michele Castelnuovo, che di settimana in settimana ci proporrà un articolo d’attualità redatto da uno dei tanti giovani giornalisti suoi collaboratori. Noi ci faremo interrogare dalle tematiche trattate e proveremo ad esprimere i pensieri, i sentimenti, le emozioni che queste ci suscitano attraverso delle storie o dei racconti.

 

Perché queste proposte?

Scrivere, come fare teatro, è un atto sociale che ci cambia e cambia il cuore di chi legge. Il computer, lo smartphone, i social amplificano il potenziale comunicativo delle nostre parole come mai nessuna altra tecnologia nella storia dell’uomo. Per questo pensiamo che un luogo virtuale come Un Mondo Di Parole sia utile per scoprire nel nostro piccolo come sfruttare al meglio le straordinarie possibilità che abbiamo oggi di diffondere storie buone e di farle arrivare dove possano regalare un sorriso, una riflessione o, semplicemente, un po’ di conforto. Le tre proposte sopra elencate, sono solo l’inizio: da gennaio arriveranno le vere sorprese! Seguici per rimanere aggiornato/a.

Se l’articolo ti ha incuriosito e pure tu vuoi allenarti a scrivere e ad essere creativo/a con noi, unisciti al gruppo! Iscriviti a questo link: Un Mondo Di Parole. Ti aspettiamo 🙂

Grafiche di @Marta Stamerra

I PONTI NON SEMPRE UNISCONO- Pausa prANZI!

“Dai diamanti non nasce niente dal letame nascono i fior”

Chi mi conosce sa che ho un debole per i testi di De André, e, per citarlo, non c’era occasione migliore della nuova puntata di “Pausa prANZI!”

Ma perché riprendere proprio questa frase?
Perché oggi ti voglio parlare di un posto che si trova qui in Italia, più precisamente a Napoli. Sto parlando del Rione Sanità che si trova ai piedi della collina di Capodimonte. Non è solo il luogo dove nacque Totò, è molto di più, perché nel 2006 è successo qualcosa che ha segnato l’inizio di una splendida storia.  

Dunque, se consideriamo il fatto che è stato un luogo di sepoltura di età greco-romana, possiamo affermare, senza rischiare di cadere in errore, che il Rione Sanità ha una storia millenaria. Ma ciò che più ci deve interessare a noi oggi è che nel XVIII sec, cento anni dopo la sua edificazione, viene costruito un ponte che collega Napoli alla Reggia di Capodimonte, danneggiando così il rione; infatti, giorno dopo giorno, questa parte della città iniziò a venire isolata, fino a diventare un luogo esterno ed estraneo alla città stessa, pur facendone parte.

Proviamo ad immaginare la nostra casa isolata da tutto il resto: penso che, in questo modo, non sia difficile comprendere la gravità della situazione. Da un giorno all’altro, ogni cosa cambierebbe: se prima il quartiere veniva frequentato da un certo numero di persone, oggi sarebbe desolato, e questo vorrebbe dire che ci dedicherebbero sempre meno attenzione… anche se non dovrebbe essere così. Il tenore di vita, le abitudini, le prospettive cambierebbero radicalmente. In questo rione di Napoli qualcosa di simile è successo perché, in poco tempo, ha cominciato a perdere la sua bellezza e tra le strade è aumentata la criminalità che si muoveva facilmente andando a toccare anche i più giovani, aprendo loro porte sbagliate.
L’istinto di fuggire a me sarebbe venuto, devo essere sincera. Per fortuna, nel Rione Sanità così non è stato.

È stato proprio come diceva De André, “Dai diamanti non nasce niente dal letame nascono i fior”. Da questa situazione di estremo disagio, il Rione Sanità è stato capace di far nasce un fiore delicato, del quale bisogna prendersi cura. La Sanità si è svincolata da una realtà degradante e questo grazie, pensate un po’, alla cultura, all’arte e alla storia di un meraviglioso angolo di civiltà. Cultura e, aggiungerei, i giovani… una combo perfetta! 

Dopo l’inizio della sua rivalutazione partita nel 2000, sei anni più tardi, nel Rione Sanità nasce una cooperativa composta da giovani, il cui nome è La Paranza. Questi ragazzi hanno fatto un lavoro stupefacente: hanno recuperato e poi preso in gestione la Catacomba di San Gaudioso per poi, qualche anno più tardi, restaurare e aprire al pubblico anche le Catacombe di San Gennaro. Dal recupero di queste aree, La Paranza ha permesso a diversi giovani di trovare un lavoro, al Rione di tornare a splendere, ai turisti di godere di interessanti tour che raccontano un’importante parte di storia della città. La cooperativa ha riqualificato 12100mq di terreni abbandonati e li ha restituiti alla comunità rivalorizzando il suo patrimonio storico artistico e culturale, contro ogni aspettativa e ridonando valore a un posto di cui ci si era dimenticati.

“Noi cerchiamo di creare lavoro dove la disoccupazione è al 60%,
cerchiamo di educare alla bellezza dove la dispersione scolastica è al 40%”
(Vincenzo Porzio- da un’ intervista che potete trovare anche voi a questo link Intervista a Vincenzo)

La Paranza assomiglia a una fenice: da un luogo di fine come lo erano le catacombe, fa rinascere tutto il quartiere come la fenice dalle sue ceneri.

Mi voglio quindi ispirare ai ragazzi che lavorano nella cooperativa per lanciare la nuova sfida.

Questa settimana dovrai provare a trasformare qualcosa che non ti piace in qualcosa di bello.
Hai due modi per farlo:

  • dipingere un quadro per decorare una stanza della tua casa che trovi poco accogliente,
  • leggere una poesia o un racconto in un angolo desolato del paese in cui vivi, per donargli nuova bellezza


Ricordati di condividere con noi la tua missione pubblicando una foto sui tuoi canali social, instagram o facebook. Non dimenticarsi l’hashtag #lavitaèunospettacolo e di taggare Tramm (@trammassociazione).

 

Per avere maggiori informazioni sulla Cooperativa La Paranza e il Rione Sanità:
Sito web: https://www.catacombedinapoli.it/it
Pagina facebook: https://www.facebook.com/CatacombeDiNapoli/

Un progetto all’anno – I progetti di Giuseppe | Pausa prANZI!

Un Progetto All’Anno

Cosa si può fare in un anno?
Portare a termine un percorso di studi,
organizzare una vacanza estiva degna di nota,
iniziare a suonare uno strumento….

Ci sono tante cose che mi vengono in mente se cerco una risposta a questa domanda, però mai mi sarei immaginata che, tra le risposte possibili, ci potessero essere “diventare un Ironman” e “scoprire la ricetta della felicità”.

È quello che ha fatto, e sta facendo tutt’ora, un ragazzo di nome Giuseppe: 30 anni, originario di Messina, ha smesso di ripetersi “Non ce la farò mai” e ha cambiato la sua vita per viverne una di cui possa essere orgoglioso.

Giuseppe, dal 2018, ogni anno si lancia una sfida. La prima è stata partecipare all’ IRONMAN,  una gara di triathlon da pazzi scatenati, lasciatemelo dire. In 365 giorni, senza alcuna esperienza, si è preparato passo dopo passo per partecipare a questa gara. Facendosi aiutare da esperti (c’è chi lo ha affiancato negli allenamenti e chi lo ha aiutato a cambiare dieta) è riuscito a raggiungere il suo obiettivo.

Dopo aver forgiato il suo fisico, superando limiti che credeva di avere, ha avviato un nuovo progetto: Progetto Happiness!
A settembre 2019, è partito per compiere il giro del mondo. Un’ esperienza che aveva già fatto in passato, ma a differenza della prima volta, ora ha un obiettivo chiaro: trovare la ricetta della felicità, intervistando persone di diversi paesi, appartenenti a diverse culture e con prospettive di vita spesso opposte. Purtroppo questo viaggio è stato interrotto a causa dell’emergenza sanitaria, ma presto ripartirà, con uno spinoff del progetto stesso, all’interno della nostra penisola.
Giuseppe è già stato in Svizzera, Israele, Libano, Pakistan, India, Cina, Corea del Nord, Giappone, Australia e Stati Uniti e ha incontrato persone come Dilavar, un manual scavenger dell’India; gli uomini come lui fanno parte di una sottocasta degli intoccabili, le persone più emarginate dalla società. Immaginati in quale situazione di disagio e povertà possa vivere Dilavar e la sua famiglia. Eppure anche lui ha un ingrediente da aggiungere a questa ricetta. Voglio che sia lo stesso Dilavar a dirtelo con la sua voce, ecco perché lascio qui il link all’intervista fatta da Giuseppe: intervista a Dilavar. Ha conosciuto anche Mohammed Al-Khatib, un ragazzo che sogna di essere il primo palestinese a vincere una medaglia alle olimpiadi; negli Stati Uniti ha visitato una comunità di suore che coltivano cannabis (fa sorridere, ma non è come pensi) e, sempre in America, ha chiacchierato con l’astronauta Luca Parmitano dopo un tour mozzafiato alla Nasa.…. e questi sono solo alcune delle persone che ha incontrato Giuseppe. 

Questo ragazzo è l’esempio vivente di quella vocina nascosta che ci dice “CE LA PUOI FARE” e che purtroppo, spesso, non ascoltiamo. Cambiare è possibile se qualcosa nelle nostre vite non ci soddisfa; è possibile cercare tra i nostri sogni quello che ci può rendere migliori, avendo costanza e determinazione per realizzarlo.

La cosa che mi piace dei suoi progetti è proprio la costanza: attraverso i suoi canali social, fa vedere al proprio pubblico l’evoluzione del suo progetto, giorno dopo giorno, senza perdere mai di vista l’ obiettivo finale. Mi piace questo aspetto perché aiuta a capire che nulla è dovuto, e che solamente impegnandosi e credendo davvero in ciò che facciamo, possiamo vedere realizzati i nostri sogni. La cosa buffa è che lui, presentandosi sui propri canali, si definisce un ragazzo ordinario; ed è proprio così, è un ragazzo di tutti i giorni, che però ha voluto credere in se stesso e con grande determinazione sta plasmando qualcosa di cui andare fiero.

Per conoscere meglio Giuseppe, le persone incredibili che ha incontrato, dalle quali tutti abbiamo qualcosa da imparare, ti invito a seguirlo sui social e visitare i siti Progetto Happiness e Progetto Liminis

Direi che è arrivato il momento anche per noi di lanciare una sfida!

Non spaventarti, nessuno dovrà scalare vette altissime o buttarsi col paracadute, anche se….
Scherzo!
Questa settimana proviamo a uscire dagli schemi, facendo qualcosa di semplice che però ci aiuti a vedere la vita da una prospettiva diversa, cercando di capire che le possibilità che il mondo ci offre sono infinite! Per prendere esempio proprio da Giuseppe e dal suo primo progetto, la sfida consisterà in qualcosa di fisico:

Scegli un giorno di questa settimana per svegliarti molto presto, prima di iniziare la tua routine, e vai a correre  per almeno 1 ora, magari in un posto che ti piace. Ti consiglio di sfruttare un giorno in cui c’è bel tempo per stare all’aria aperta. Dato che è la prima sfida, ti darò delle alternative: se non ti piace correre puoi usare la bici o farti qualche vasca a nuoto! 

Per farci sapere che ci sei anche tu, scatta una foto e pubblicala su un tuo profilo social, facebook o instagram, taggando @trammassociazione. Non dimenticarti l’ hashtag: #lavitaèunospettacolo 

Chi lo sa, magari ci prendi gusto e diventa il tuo allenamento settimanale! 

Elena

Per seguire Giuseppe:
Canale Youtube: https://www.youtube.com/channel
Profilo Instagram: www.instagram.com/progettohappiness
Profilo Facebook: www.facebook.com/giuseppe.bertuccio.dangelo

LA VITA È UNO SPETTACOLO – E tu che parte fai?

Nulla è semplice se guardata da vicino, e non sempre è semplice guardare da vicino le cose.

Ce lo insegnano sin da piccoli a contare fino a dieci prima di parlare, perché non possiamo sapere cosa sta dietro al comportamento di una persona. Crescendo è una consapevolezza che apprendiamo a seconda delle esperienze che scegliamo di fare: a me lo ha insegnato il teatro.

Recitare mi sta insegnando la complessità delle cose e delle persone. Lezione dopo lezione vengo a contatto con lati di me che non sapevo di avere, o forse che non volevo riconoscere.

Uso spesso questa metafora, è come scavare a mani nude: la terra che sta sotto non so com’è finché non scavo. Se non lo faccio, non potrò sapere se nel profondo c’è solo altra terra, se c’è acqua o perfino qualche tesoro nascosto. Più scavo, più mi accorgo di quante cose si nascondo sotto le mie abitudini e a ciò che scelgo di essere ogni giorno. Scopro di avere la possibilità di provare collera anche se mi  conosco come persona mite, la possibilità di sentirmi triste anche se cerco sempre il sorriso, di essere coraggiosa anche se, generalmente, ho timore di tutto. 

Ogni giorno scelgo di essere me stessa, ed è giusto così perché ognuno ha il proprio equilibrio; ma spesso non mi rendo conto di avere dentro un mondo tanto vario quanto è quello in cui abitiamo.  Vedere in me la complessità mi aiuta a riconoscerla all’esterno.

È per questo che da domani, due volte al mese, vi racconterò esperienze di vita particolari, che possano stimolarci; infatti ti lancerò delle sfide le quali aiuteranno, sia me che te, ad uscire dagli schemi quotidiani,  cercando così di comprendere quante possibilità ci sono nel mondo…. se solo concediamo a noi stessi di vederle. Dato che ho deciso di pubblicare  le storie con sfide annesse alle 11.30, in modo che durante la pausa pranzo ognuno possa leggere rilassandosi con la propria forchetta in mano, la serie di articoli si chiamerà: Pausa prANZI! 

Perché la vita è uno spettacolo… e tu, che parte fai? 

Elena

Se conosci persone a cui piace uscire dagli schemi usuali, segnalami le loro esperienze scrivendo una mail a info@tramm.it: selezionerò quelle più interessanti e le racconterò qui sul blog.

POLIZIESCO

Buon Rodaridì a tutti!
Anche oggi potete votare la storia che preferite accedendo a questo Rodaridì- Poliziesco

La storia che riceverà più voti, venerdì verrà premiata.  Non perdiamo altro tempo: le votazioni sono aperte solo per oggi, lunedì 8 giugno!


RODARIDÌ
 

FARFALLE NELLO STOMACO
Sono Karen Willow , professoressa di lettere antiche , sono le 22.34 di Giovedì e mi hanno pugnalato 10 volte alla schiena, mi trovo in un letto di ospedale a lottare tra la vita e la morte.
Il detective che è appena entrato nella mia stanza di ospedale si chiama Spencer, dice che faranno tutto il possibile per beccare chi mi ha fatto questo.
A dirla tutta non mi sembra molto sveglio, ma che diamine è quello che passa il convento , quindi un po’ di fiducia! E in effetti il buon detective si mette subito a cercare, inizia dal mio appartamento, nessun coltello insanguinato, non ci sono segni di effrazione , “ doveva essere una persona conosciuta , la tavola è apparecchiata per due” , “ottimo lavoro volpe!”pensa Karen , ora però andiamo più a fondo.
Spencer controlla quindi i social in cerca di un appiglio e scopre che c’è un ex marito.
“Ma razza di incompetente! Le foto sono di qualche mese fa… me le son fatte ridare le chiavi di casa!”
Difatti la pista non porta a niente, l’ex aveva un alibi, quella sera era a lezione di Teatro.
Sconfortato e perso Spencer decide di tornare in ospedale da Karen, gli spiega come le indagini si siano arenate e gli mostra tutto il suo sconforto. “Lo sapevo io che con questo marcavo male..”,pensa la ragazza.
Vorrebbe tanto dirglielo che stava frequentando Luke ormai da qualche mese, voleva dirgli che avrebbe potuto leggere tra le righe del suo diario tutta la gelosia di quell’uomo, voleva raccontargli di tutta la sua ira quando tornava a casa la sera dopo una serata con le amiche… ma niente, le dieci pugnalate ricevute risuonavano più forte della sua voce.
Spencer però sembra percepire qualcosa ed esclama: “dobbiamo ricontrollare casa, torno presto Karen!”
“Bravo ragazzo!”.
Spencer fa ricontrollare accuratamente la casa e in un doppio fondo scopre il diario segreto di Karen, tra le sue pagine legge quanto amava Luke , vede le farfalle che le popolavano lo stomaco e le vede poi cadere, una ad una dentro un vortice di follia.
Controlla il cellulare di Karen ma non trova nessun Luke, legge allora le chat.
Si accorge di una certa “Giovanna contabilità” con cui aveva uno scambio assiduo e molto concitato di messaggi; scorrendo un po’ si ritrova sommerso da messaggi pieni di cuoricini e faccine innamorate, era certamente Luke… allora la storia è iniziata prima.. furbina.
“Mi hai beccata” pensò Karen, ma forse ora sarebbe meglio pensare ad altro.. non credi?
Spencer trova l’indirizzo e si precipita a casa di Luke dove trova l’arma del delitto e le chiavi di casa di Karen, beccato.
Corre felice verso l’ospedale , per dire a Karen che ora è al sicuro , che il suo aggressore non potrà più tormentarla.
Vede un pugno di medici ed infermiere su di lei, non riesce a dire niente.
Ora del decesso 18.31.
Sospira: “grazie, Karen, senza il tuo aiuto non ce l’avrei mai fatta!”

Di Davide a N

THE PERFECT DRUG
In un ristorante alla tavola della moglie di Anselmo”, ad Aprile 2020, scoppia un incendio. Il ristorante è rovinato. Le indagini riportano che il ristorante era fallito , i dipendenti erano stati liquidati per tale causa, e il capo è pieno di debiti. Vengono rinvenuti pezzettini di tessuto e di plastica.
Il capo, coi poliziotti , parla dell’ultimo giorno di lavoro,e del caso di due ragazze madri lasciate da sole. Una na perso una borsa quel giorno nel ristorante, che è bruciato il giorno dopo. L’altra l’ha accolta in casa sua.
Il capo un giorno dopo le indagini…rivela una scritta su di una porta bruciata
The perfetta drug that you sell has destroyed you and hour dirty servants. I am saved, instead of you.
Perché in inglese?
E reinterroga i suoi dipendenti…
Ma le madri sono scomparse.
“The perfect drug”
Di Mirko
SABATO 14 AGOSTO 2005
La hall del hotel era piena di clienti dalla Germania, con i loro assurdi sandali con calzino bianco indossato tipico del classico turista tedesco, ma comunque erano buoni clienti sempre presenti e sopratutto paganti.
Il direttore ci mise un po’ di tempo per accontentarli tutti , ma il fatto che parlasse tedesco aiutò molto la cosa, il nome del direttore era salamella , suo nonno era tedesco e si chiamava hugo adler ed originario di Berlino, dopo la guerra andò in Italia in vacanza e conobbe Adelina che era mia nonna, faceva la cameriera in un albergo a Fano, una località di mare nelle marche, si innamorarono subito, mio nonno era una persona buona e forte, ebbero tre figli: mio padre Giulio, mia zia Rachele, e mia zia ruth(in onore della madre di hugo, era ebrea), dopo qualche anno comprarono un hotel e lo chiamarono MAR ROSSO, ora samuel gestiva l’hotel con la sua giovane assistente Silvana.
Samuel aveva 35 anni e non era sposato, non aveva tempo per l’amore, il suo lavoro esigeva molto impegno e poco tempo per le le distrazioni…anche se di tanto in tanto qualche avventura se la concedeva di tanto in tanto…
DOMENICA 15 AGOSTO
La colazione buffet era pronta: tutti i tavoli erano puliti e il personale disponibile, ad un tratto una signora tedesca scese gridando:HILFE HILFE, voleva dire aiuto in tedesco, samuel chiese cosa fosse successo, le disse che la sua amica era morta..
Samuel corse in camera con la sua assistente Silvana, entrò e vide questa donna seduta sulla poltrona, sembrava stesse dormendo, le toccò il polso e vide che era morta, chiamò con il suo cellulare il 112 e poco dopo arrivarono i carabinieri con il loro nuovo comandante: FRANCESCA RIZZO,era alla sua prima indagine a Fano,si era trasferita da Palermo per stare vicino al padre malato, NON TOCCATE NULLA: disse il comandante si guardò intorno e vide che la cassaforte della stanza era aperta, il denaro e i gioiellieri erano ancora li, prese la carta di identità , la vittima si chiamava HELGA fischer, 70 anni di Berlino, veniva da anni in vacanza in Italia, amava il mare e la cucina italiana, vedova e senza figli, trovò anche un piccolo sacchetto con dentro una croce al valore militare tedesco della seconda guerra mondiale, forse una traccia pensò il comandante.
Nel frattempo samuel che era rimasto colpito dalla bellezza austera del comandante: occhi verdi e capelli corti neri, si fece aventi per essere disponibile: VOGLIO che raduniate tutti i turisti tedeschi nella hall e voglio un interprete che traduca le mie domande disse con piglio deciso, ma io parlo tedesco sorridendo samuel, rispose di no, ricambiando il sorriso Francesca, un colpetto di gomito di Silvana riportò samuel alla realtà.
HELGA non era una persona tale da giustificare un omicidio, era un po’ scorbutica, precisa, ma anche sorridente, e amava il mare adriatico, Francesca lesse il rapporto e chiamò quattro persone più samuel(che era sempre più affascinato dal comandante), dunque disse lei: c’erano presenti Silvana(che aveva avuto qualche scambio quasi feroce con helga per via della connessione internet e del cibo), il cameriere gianni( che fu accusato da helga di avergli rubato il suo telefono, la sua amica e compagna di stanza Rachele stein(aveva scoperto che helga simpatizzava per un partito neo-nazista, Rebecca era ebrea), e il suo amico karl( erano stati fidanzati da giovani)…
Uno di voi aveva qualche motivo particolare per avercela con la vittima, ma solo uno è potuto entrare nella stanza ed ucciderla con una siringa di cianuro, e la persona è..
Carlo

DETECTIVE CARLOS GONZALES
Carlos Gonzales sin da piccolo ha sempre avuto uno spiccato senso investigativo.
Viveva in un quartiere “ la rambla”a Barcellona dove personaggi , volti bizzarri e ingannevoli, trascorrevano gran parte della giornata tra prostituzione, droga e crimini di ogni genere per sopravvivere.
Carlos viveva con i genitori e quattro fratelli più piccoli in un appartamento decrepito, la luce gialla e fioca penetrava da un vecchio lampione sul viale, vicino, un bidone della spazzatura era impossibile avvicinarsi per l’olezzo che emanava.
Appostato per ore davanti alla finestra a piedi nudi con la coperta sulle spalle per il freddo, incominciava e in gran segreto, scopriva loschi affari che avvenivano davanti a lui.
Dopo anni di sacrifici e lavori umili raccolse il denaro sufficiente per poter entrare nella scuola spagnola D & L Group Detective.
Arrivò il giorno del fatidico e sospirato “pezzo di carta “ laurea in giurisprudenza e criminologia.
Nello studio dell’avvocato Diego Pamplonas esercita il suo tirocinio con ottimi risultati, era dotato di forte intuito, intelligenza e fiuto investigativo.
Drin drin drin : un forte squillo irrompe nello studio; avvocato: e stato rinvenuto un cadavere in riva al fiume con la testa mozzata travestito da donna, l’incarico è suo, si ok darò l’incarico a Carlos.
Carlos si! rispose, recati al fiume, troverai un cadavere non identificato e scopri chi è, prendi la mia macchina.
Carlos si precipitò sul viale, una vecchia mercedes nera lo stava aspettando, uno strano e fastidioso dolore allo stomaco lo attanagliava, forte l’agitazione che nemmeno riusciva a mettere in moto la macchina: drm drum drum accese in contemporanea la radio che gracchiava pure lei…. dai cazzo, porca puttana, merda, e il motore si avviò , giunse sul luogo del delitto.
Si trovò davanti una scena raccapricciante, un uomo di corporatura robusta sulla sessantina, evidenti ecchimosi su tutto il corpo, la testa mozzata poco distante dal corpo, notò subito un orecchino di medie dimensioni al lobo sx, lo staccò e lo mise in un sacchetto.
La polizia aveva già delineato la zona e con della vernice rossa tracciò la posizione del cadavere, si chiamava Francisco Escobar.
Il cervello lavorava a una velocità impressionante, un feedback lo riportò davanti alla sua finestra in piedi al freddo e a quel puzzolente bidone vicino casa.
Una figura vestita di nero che spesso arrivava nel quartiere per portare un pò di aiuto a chi non aveva nulla, il susseguirsi di incontri e scambi sospetti.
Tutto era ben chiaro nella mente di Carlos, l’orecchino sul lobo del cadavere apparteneva a una prostituta, Alona, ricca e conosciuta soprattutto nel mondo della droga, aveva sempre con se una bagh nakh arma indiana “artiglio di tigre” per difendersi.
Corse a perdifiato nella sua vecchia casa ridotta a un rudere, ma non era il bidone a richiamare la sua attenzione, ma la casa stessa: entrò pian piano, senti’ delle voci provenire dal fondo e li vide il prete, tra le mani l’artiglio di tigre, la faccia tumefatta di Alona, il lobo sx spaccato in due, si ricordò dell’orecchino che teneva con se, lo esamino attentamente, l’orecchino conteneva una sostanza al THC, droga molto ricercata e costosa, ormai tutto era chiaro.
Ricostrui in breve tempo tutto l’omicidio, il prete ricattava Alona, si impossessava dei soldi guadagnati, il cadavere ritrovato era di Francisco Escobar, noto personaggio nel mondo della droga, proprietario della vecchia casa di Carlos e amante segreto di Alona.
Alona possedeva questo orecchino e lo diede ad un suo cliente per depistare il prete sui continui ricatti.
Il cadavere travestito da donna: ucciso da chi e perché? Chiaro, molto chiaro!
Chi era a conoscenza del doppio uso dell’orecchino? In quel momento arrivò la polizia e aggiunse, che aspettate, portate via l’assassino! Giustizia fatta, caso definitivamente chiuso.
Prese una birra dalla macchina, accese la sigaretta e se ne andò a piedi lungo il fiume, DRIN DRIN DRIN…… siii ….
Carla

Carla dedicata a Carlo Vitale

Facci sapere quale storia ti è piaciuta di più votandola a Rodaridì- Poliziesco
Se vuoi partecipare anche tu, dai un’occhiata al gruppo Un Mondo di Parole e inviaci una storia il prossimo weekend a info@tramm.it 

NOIR

Buon Rodaridì a tutti!
Anche oggi potete votare la storia che preferite accedendo a questo link: Rodaridì- Noir

La storia che riceverà più voti, venerdì verrà premiata.  Non perdiamo altro tempo: le votazioni sono aperte solo per oggi, lunedì 8 giugno!


RODARIDÌ
 

NOIR PINTADO DE ROJO
Pamplona, venerdì 13 febbraio 1972
Fernando sbatté il bicchiere vuoto sul tavolo, prese la giacca dalla sedia e si diresse verso la porta. “Isabel, dannazione, sposta quella scala! Cosa diamine vuoi, che ci passi sotto? Ma sei stupida? Vuoi farmi ammazzare oggi?Già mi porti sfortuna di tuo….e cerca di sbrigarti!”. Isabel si precipitò da lui: “Fernando perdonami, stavo pulendo il lampadario all’ingresso…”. “ Ma stai zitta che qui l’unico lampadario sei tu: ma guarda come diavolo ti sei agghindata, ti diverti a mettermi in imbarazzo, eh?! E adesso sbrigati che mi fai fare tardi, e sposta sta scala!”. Isabel la chiuse e con fatica la trascinò via, sgombrando il passaggio. Prese la borsa ed uscirono di casa.
La corrida si svolgeva nell’arena, e Isabel si sedette in un posto defilato, lontano dalla calca, in modo tale da potersi mostrare quando lui l’avrebbe cercata tra gli spalti, ma dove si sarebbe potuta nascondere mentre il suo matador sfidava la bestia. A pochi istanti dall’inizio della prima fase Fernando sbucò alle sue spalle, cogliendola di sorpresa. “Ti ho visto sai, ti ho visto come lo guardavi.”…”Ma chi Fern….” cinque dita sul viso furono la sua risposta. Frugò nella borsa di Isabel, rovesciò tutto il contenuto, e si prese il suo corno. Da quando aveva cominciato ad indossarlo, qualche anno prima, non aveva mai perso nemmeno una gara. Quindici centimetri di avorio appuntito, dipinto di rosso. Lo infilò sotto la camicia, nell’elastico dei pantaloni, e tornò al centro dell’arena, pronto ad affrontare l’avversario. Isabel, come ogni volta, trascorse tutto il tempo coprendosi il viso con le mani. Aveva il terrore della corrida, dei tori e dei matadores. Ascoltava a testa china le urla, i versi, il rumore dei colpi di pica e il vociare della gente. Alzò lo sguardo solo al termine della terza fase, sull’applauso finale: il terriccio al centro dell’arena era intriso di rosso…e come ogni volta si chiese a quale bestia appartenesse. Se all’uomo o al toro. Non molto più tardi vide arrivare Fernando, con ancora del sangue addosso. Ma non il suo. La prese sottobraccio e la strattonò fuori dall’arena. Girarono l’angolo, e si incamminarono in una stretta strada che li avrebbe condotti alla macchina. “Allora Isabel, hai visto che fatica che ho fatto a conficcargli la banderilla, a quel bestione….ah, ma invece con la spada c’è voluto un attimo per…..”. In quell’istante davanti a loro sbucò un piccolo gatto nero. Fernando si fermò di scatto, e senza pensarci un attimo si girò per tornare indietro. Nella fretta inciampò nei suoi stessi piedi e cadde a terra. Isabel cercò di sollevare il marito, che se ne stava lì immobile a pancia in giù. Lo spintonò per farlo alzare, ma non si mosse di un centimetro. Con tutta la sua forza lo ribaltò: la giacca si aprì, e la camicia bianca che indossava, oltre alle macchie del sangue del toro, ne aveva un’altra rossa che si stava espandendo sotto i suoi occhi. Lei gli aprì la camicia per vedere se si fosse ferito in qualche modo…ed ecco conficcata nella sua pancia la metà del corno rosso. L’uomo era inerme, immenso ed ingombrante….la strada intorno era vuota. Aveva gli occhi chiusi e respirava ancora. Isabel lo guardò per un attimo…e se ne andò.

Marianna

 

UN GIORNO DI PIOGGIA
Il giovane commissario Davide Balestra e il suo vice Antonio Rossi, stavano guardando il corpo di una donna steso sul pavimento, la donna era sulla trentina bionda, di corporatura normale e un bel viso, rovinato dal sangue sul lato destro a causa della ferita mortale che molto probabilmente l’ha uccisa.. “Cercate indizi nell’ appartamento” disse Balestra  “Cellulari, computer, impronte varie..” Balestra vide una collezione sulla mensola erano dvd di cartoni animati di kiss me licia, sbuffando disse: “Odiavo quel cartone animato” “Perché?” chiese Antonio. “Mia sorella mi costringeva a vederlo tutti i pomeriggi dopo la scuola e voleva che poi facessi le imitazioni dei personaggi…che st****a!” Antonio ad un tratto vide sotto il tavolo una cosa che luccicava, si chinò e vide che era un bottone color oro, “Ma dove ho già visto questo bottone?” si girò verso il commissario e poi calò il buio.
“DIO che mal di testa, ma cosa è successo?” Antonio si trovò sdraiato sul lettino del commissariato con accanto una donna alta sulla quarantina e due agenti della polizia e in fondo vide il commissario seduto sulla sedia con le manette ai polsi, “Coma stai Antonio?” disse la donna “Mi permetta di presentami: mi chiamo Silvia Balestra sono il pm dell’ indagine e si…anche la sorella maggiore di Davide, è lui che ha ucciso la donna dell’ appartamento” “Ma perché?” chiese Antonio. “Avevano una relazione” disse Silvia, “E appena ha scoperto che era una fan di kiss me licia..qualcosa è scattato in lui, forse un raptus..ma la colpa è anche mia, da giovane ero un adolescente stupida e crudele nei confronti di Davide, e non avevo considerato fino a ora di quanto male abbia fatto a mio fratello e quali traumi gli avevo provocato, quando hai mostrato il bottone della sua giacca ha perso il controllo e ti ha colpito. Ora vai a casa Antonio, il mio agente ti accompagnerà in macchina” “Ok” disse Antonio e mentre usciva vide il pm dare una carezza al commissario.
In macchina mentre tornava a casa Antonio si mise ad ascoltare la radio, oltre la musica solita, una stazione proponeva un sondaggio radiofonico sulle sigle dei cartoni animati, e sentì queste parole: UN GIORNO DI PIOGGIA ANDREA E GIULIANO INCONTRANO LICIA PER CASO…sorrise amaramente e disse: “è veramente brutta questa canzone…”
Dedico a tutti coloro che hanno dovuto vedere da piccoli degli orribili cartoni animati, e che non facciano gli stessi errori…con affetto..

Carlo

 

PERCHE’ L’HAI ABBRACCIATA?
Sun stava accuratamente scrivendo la mail da mandare a Ken, per la settimana seguente. Tutto preciso, una rilettura e via, mail inviata. Uscito dalla stanza scese le scale per andare a finire la coca cola. Lo gonfia sempre, ma non ne poteva fare a meno. Arrivò Mark, che gli disse dove doveva recarsi quella sera. Bene, perfetto.
Non gli interessava troppo la cosa, era come sempre. Aveva più un’altra questione in mente. Alle undici era libero, sarebbe andato a prenderla, almeno poteva parlarle, vederla.
Alle 21:30 entrò nel Galleon e si sedette ad attendere chi doveva attendere. Arrivò Alan: “Non ci sono altri in arrivo. Devi andare in questa via, quarto piano, seconda stanza a sinistra, gli porti la cartella, perché settimana prossima Ken dovrà andare via, l’abbiamo saputo all’ultimo”
“Afferrato”.
Arrivato sul luogo, si reca sulle scale, che gli sembrano un poco familiari. Entra nella stanza e lo aspetta. Intanto si prende la briga di guardare un po’ la sua stanza e di sfogliare i suoi libri…Finché non arriva. Non da solo.
“Ehi, scusami tanto il ritardo, hai con te la cartella?”
“Eccola qui”
“Non c’è altro che debba fare, giusto?”
“In realtà ce ne sarebbe una, la puoi portare a casa? Abita a due vicoli da qui, al 55. Io non posso andare, ma magari la spiano” E si abbracciano per un minuto.
La porta a casa, e poi corre verso casa sua. Spiare? Come spiare?
E gli vengono dubbi sul perché Ken debba andare via.
Il giorno dopo lo richiamano, perché la Cartella è stata persa e ritrovata da dei poliziotti e deve recarsi e dire di essere Ken e recuperarla.
Solo che la cartella è stata aperta e gli vengono fatte varie domande, soprattutto sul nome di una persona che sembra scomparsa. Risponde che è un omonimo, e lo lasciano andare dopo un po’. Viene richiamato da Ken, che lo invita a casa sua. E’ turbato, angosciato, gli da un compito, eliminare una persona, per cause che non si possono spiegare.
Segue l’ indirizzo che gli viene dato ed entra nella stanza che gli è stata indicata. Vi sono due uomini e una donna… ma non può fare nulla. Ella è tenuta stretta, con la testa china in giù, ma notando che non le succede nulla, alza lo sguardo. E Sun la libera. Ma viene immediatamente fermato dai due uomini, che gli chiedono cosa stia facendo. Al punto che gli dice che lei è sotto sua protezione, e dice loro che è d’accordo con Ken. La porta a casa con se’. A quel punto Ken gli parla “Ti ringrazio di cuore e non è come pensi tu. Non sono la sua donna. Non mi chiamo neanche così e …”
“Lo so come ti chiami, il problema è che quella cartella è stata ritrovata da poliziotti e il tuo nome è stato letto. Ho detto che è un omonimo.”
“Oh no. Quindi non sono più utile, quindi…ecco perché ti ha mandato”
“Domani ti faccio partire su di un treno e dirò che ti ho seppellita”.
Ma alle 5 di notte irrompono sei uomini e Ken in casa. Legano lei contro una sedia e tirano lui giù dal letto. Si libera subito dalle loro prese e gli lancia tre sedie addosso, li scotenna, li stringe e facendo cadere la libreria riesce a bloccarli. Ma vi è lì Ken, che lo guarda e gli chiede…”Perché? che diavolo ti è saltato in mente?”
Si guardano intensamente, mentre Ken gli volge la mano “Io pensavo che lei ti avesse minacciato, che si fosse fatta portare con la pistole che le ho dato. E’ una tale…”
“E allora perché l’ha abbracciata? ” Dice Sun con un certo tono
“Come?” “Perché l’hai abbracciata e l’hai portata con te se parli di lei così” …”E a te che te ne importa”
Sun non risponde, guarda fissamente prima lui, poi lei…e in quel momento lei capisce. Intanto si accende la radio, e Sun guarda la radio. Ken, calmo, gli parla “Non fa niente, grazie di aver recuperato la cartella” e Tira fuori una pistola, la leva in aria e ….
E si ritrova un coltello nel fianco da parte di Sun. Cade a terra. Guarda nei suoi occhi e capisce. A quel punto spara sia a lui che a lei.
Dopo essersi medicato, in tanto che li guarda insieme stesi sul pavimento, con un pizzico di tristezza, dice “Come dicono i francesi, è una doux-amer vie. Che peccato, eri davvero bravo come assistente. Mai affezionarsi, mai”
E se ne esce dalla stanza .

Mirko

AMORE E ODIO
Interpreti:
Rotmans-Mirko
Arian _Stefano
Janet-Noemi
Regia di Josef-Andrea
Era una piovosa giornata di luglio e si stava avvicinando il grande giorno tanto atteso della compagnia teatrale, nella città di Reims in Francia, la compagnia era stata scelta per un concorso teatrale che avrebbe dato la possibilità in caso di vincita di girare il mondo in una tournée teatrale, presenti in platea artisti famosi, critici teatrali. Inutile nascondere l’ ansia degli attori e soprattutto del regista molto esigente e attento. Il titolo scelto dal regista: “AMORE E FOLLIA” di W.S.
Si sa che la scelta in taluni casi del primo attore è importante, il fatto di aver scelto Rotmans nella parte principale, aveva creato una rivalità tra i due attori maschili, Rotmans e Arian.
Rotmans, fisico scolpito, capelli lunghi e raccolti, occhi verdi a mandorla, l’impostazione della voce era perfetta. Arian fisico esile alto un metro e ottanta, viso abbronzato, vestito sempre elegante, aveva delle caratteristiche di recitazione diverse che calzavano a pennello con il personaggio. Janet, interprete femminile, ragazza molto matura di una bellezza straordinaria, con un fisico perfetto. Rotmans e Arian erano innamorati follemente di Janet, ma nessuno dei due si era mai dichiarato. Questo andava molto d’accordo con le parti assegnate perché era evidente la rivalità tra i due. Questo rendeva ancora di più la scelta del regista. Le prove generali si stavano avvicinando. “Forza ragazzi, silenzio. Dai si incomincia: fuori la voce, attenti ai gesti, espressività!! Cavolo….su su, quante volte ve lo devo ripetere, siete sordi!!! Recitare è sapersi calare nel personaggio, lasciarsi trasportare dalle emozioni!!!!”
La foga e l’agitazione, era ben visibile sul volto del regista, come sempre voleva che ognuno dava il meglio di sé: “Forza dai ..dai!” Dopo ore e ore di prove estenuanti e sfiniti, aggiunse: “Si poteva fare di più” e si salutarono. Arrivò il grande giorno, tutto era perfetto nei minimi dettagli, ultime raccomandazioni:” Avete tutto? Arian il pugnale è in tasca? Siete pronti?” E con uno sbattere assordante delle mani incitava i ragazzi: “Su su su dai. Andiamo!! Tutti insieme adrenalina al massimo, uniti dalla stessa passione, a gran voce MERDA! MERDA! MERDA!”
Il grande tendone rosso si apre un gran silenzio, tutti i posti esauriti. Seduto in fondo in un angolo della platea, sguardo fisso attento respiro impercettibile, Josef il regista, con le ciglia aggrottate, gesti continui ripetitivi seguiva il proseguo della rappresentazione. Silenzio in platea, applausi scroscianti a scena aperta, pubblico attento ed osservatore, si sta avvicinando il finale, Aruan, Janet e Rotmans si stavano scambiando le ultime battute con enfasi e trasporto con un bacio appassionato di Rotmans alla bella Janet.
DUBITA CHE LE STELLE SIANO FUOCO, DUBITA CHE IL SOLE SI MUOVA, DUBITA CHE LA VERITÀ SIA MENTITRICE, MA NON DUBITARE MAI DEL MIO AMORE (W.S.). All’improvviso si udì un urlo soffocato, un tonfo così reale, lì sul pavimento di legno il corpo della ragazza, i capelli sparsi, accanto a lei impietrito Rotmans, Arian con occhi fissi e smarriti era lì immobile con le mani imbrattate di sangue, non voleva vedere e capire cosa stava succedendo, quelle lacrime tenute nascoste per tanto tempo scendevano copiosamente chi aveva vinto? Odio o Amore? Josef era invaso da un’euforia magica, viso paonazzo e rilassato, la tensione era un ricordo. Occhi lucidi per l’emozione e l’affetto che aveva per i suoi amici, l’impegno era stato grande, dal fondo della platea si udì a gran voce
“Vi voglio bene ce l’abbiamo fatta!” Due lacrime di gioia invisibili scendevano lentamente e si disperdevano con un enorme sorriso, la gioia era incontenibile. Il pubblico in piedi stending ovation, applausi scroscianti. Janet era lì immobile, arrivò il capo della sicurezza del teatro, constata la morte, il pugnale era lì in pieno petto, il sangue usciva copiosamente lasciando una grande macchia scura, che man mano avanzava lenta.

Carla dedicato a Mirko, Stefano, Noemi e Andrea

Facci sapere quale storia ti è piaciuta di più votandola a questo Rodaridì- Noir 
Se vuoi partecipare anche tu, dai un’occhiata al gruppo Un Mondo di Parole e inviaci una storia il prossimo weekend a info@tramm.it 

Grazie a chi è ripARTIto con noi!

Una settimana fa si concludevano gli appuntamenti di “Si ripARTE- L’arte come punto di ripartenza”. Abbiamo lanciato quest’iniziativa con l’intento di sostenere l’Ospedale A. Manzoni di Lecco nell’affrontare l’emergenza sanitaria. Lo abbiamo fatto parlando di arte: vogliamo ripartire da lei e farla rivivere in modo che continui a dare il proprio contributo di bellezza al mondo.

È così che abbiamo trascorso tre serate in cui non sono mancate risate, riflessioni e generosità: grazie all’ aiuto dell’Associazione Veronica Sacchi e a chi ha partecipato alle serate, abbiamo raccolto più di 480 € attraverso la campagna Gofundme “Sosteniamo ASST Lecco Osp. Manzoni col sorriso!” 

La generosità non si è limitata a questo, infatti vogliamo rivolgere un ringraziamento speciale ai protagonisti dei tre venerdì sera, ossia  Valeria Cavalli di MTM che si è prestata, con la sua esperienza e professionalità, a intervistare gli ospiti Paolo Nani, Simone Savogin e Roberto Mercadini. Ognuno, con la propria personalità e passione, ci ha raccontato la sua esperienza artistica, facendoci viaggiare dal mondo attoriale a quello della poesia, dagli spettacoli muti alle narrazioni, dallo slam ai monologhi. Quello che ha accomunato i tre ospiti è di certo la curiosità che porta a conoscere, che porta a scoprirsi

“È sempre divertente scoprire cose nuove”- Paolo Nani

“Bisogna essere curiosi, sempre”- Simone Savogin 

“Ho sempre avuto voglia di sapere”- Roberto Mercadini

L’insegnamento più grande che possiamo portarci a casa da queste serate è proprio questo: la curiosità sta alla base della creatività, per creare qualcosa di nuovo bisogna prima nutrirsi, cercare dentro di sé e al di fuori di sé.  
L’arte, gli artisti hanno il dovere di smuovere le persone affinché siano loro le prime a incuriosirsi, a non stancarsi mai di sfogliare un libro in più, di andare a teatro, di raccontare storie, di indagare se stessi per scoprirsi e riscoprirsi ogni giorno. Il mondo ha bisogno dell’arte e l’arte ha indubbiamente bisogno di un mondo da ascoltare, che la ispiri e dialoghi con lei.  
Per ripartire sarà necessario far capire quanto essa sia essenziale per la vita delle persone, perché “la superficialità ammazza la vita” come ci ha detto Roberto Mercadini rispondendo alle domande del pubblico; l’arte lo può impedire, lo deve fare andando a smuovere in tutti noi la curiosità, le emozioni, mantenendoci vivi nel profondo.

Tre serate estremamente stimolanti ed interessanti, trascorse con grandi artisti che con le loro parole ci hanno permesso, non solo di passare dei piacevoli venerdì sera, ma anche di ricordare il motivo per cui ci dedichiamo alla cultura e su di essa scommettiamo tutto.    

Come ti sei liberato delle tue maschere?
“Non ci si libera delle maschere, se ne aggiungono delle altre, semplicemente col tempo le si conoscono meglio.
È possibile averne più di una, il teatro permette di rendersi conto di avere tanti colori. Puoi tante cose, hai tanti colori, devi solo trovare il modo per metterli in moto senza averne paura. Tutti quanti abbiamo una tavolozza molto grande, bisogna continuare a cercare i propri colori.. è sempre divertente scoprire cose nuove” – Paolo Nani

L’arte ci salverà?
“Credo fortemente che l’arte possa salvare vite (..) a chi glielo permette. Oggi l’arte accetta di sottostare a questa cosa di internet, al fatto di avere pochi fondi, perché chi fa arte sa che domani ci salverà (…) Noi artisti abbiamo un dovere, far capire che siamo essenziali. È una lotta senza fine, e non la vinceremo mai ed è questo che mi sprona a farlo perché non voglio vincere, voglio smuovere le persone” –  Simone Savogin

C’è una luce dietro ai tuoi occhi, che cosa c‘è dietro?
“Credo che sia felicità. Penso di essere una persona molto felice. Cos’è la felicità: la felicità è poter dare frutto, poter dare poter esprimere qualcosa della tua più intima essenza. E io faccio un mestiere bellissimo: scrivo monologhi che mi permettono di parlare dei miei pensieri delle mie emozioni, faccio un lavoro per cui devo essere me stesso”  – Roberto Mercadini

Elena

STORIE DI PAURA

Buon Rodaridì a tutti!
Anche oggi potete votare la storia che preferite accedendo a questo link: Storie di Paura

La storia che riceverà più voti, venerdì verrà premiata.  Non perdiamo altro tempo: le votazioni sono aperte solo per oggi, lunedì 1° giugno!


RODARIDÌ
 

 

UNA NOTTE IN-SOLITA(RIA)
Rebecca è arrabbiata. Vorrebbe urlare, ma non può. Ha bisogno di spazio, di aria. Prende di corsa la sacca indiana, ci infila una felpa, mette ai piedi gli anfibi, ed esce sbattendo la porta alle sue spalle. “Dannazione, le chiavi della macchina”. Si incammina per il sentiero dietro casa, quello che per lei è stato teatro di corse da bambina, di scorrazzate con gli amici, di fughe con il ragazzino, di camminate solitarie. Conosce quel percorso di sassi e terriccio come se fosse il tappeto di camera sua. Un piede e poi l’altro, i muscoli delle gambe in tensione, il fiato che si fa corto man mano che la salita diventa più ripida. Il silenzio, interrotto dal suo ansimare. La caviglia messa male per la fretta di salire, -Ahi-…..lì può parlare, li può gridare. -Ahiaaaaa-….la potenza del suono, la potenza della sua voce. Il passo rallenta, e anche il suo respiro. Rebecca è arrivata in cima, ora può lasciare andare fatica e tensione. Non vuole tornare a casa, non prima di aver guardato il lago. Attraversa lentamente il prato, si arrampica per qualche metro, ed eccola lì, sul punto più alto. Seduta su quel masso che con gli anni le sembra sempre più piccolo e scomodo. Si lascia scivolare, e si perde nella vastità del suo sguardo. I pensieri scorrono nella testa con la stessa velocità della macchine che attraversano il ponte… e si fanno sempre più piccoli, lontani… anche la città sotto i suoi occhi rallenta. Il tempo le sembra trascorrere piano, ma la sera ha fretta di arrivare. Scende il buio, e quando Rebecca se ne rende conto, la luna è già alta. Prende la sacca e cerca di riscendere dal piccolo pendio. Il prato a valle è una distesa nera, non vede nemmeno dove mette i piedi…. la sola idea di attraversarlo la terrorizza. Ritorna sul masso, affacciato sulle luci della città. Almeno li riesce a vedere cosa ha intorno. Rimane concentrata, cerca di capire quale è la mossa più giusta da fare…ma non ha alternative. Attraversare il sentiero di notte può essere ancora più pericoloso dello stare ferma lì.
Respira….prende quanta più aria riesce… ma non le basta. Il cuore nel petto sembra un cavallo imbizzarrito. Sente caldo, troppo caldo. Ha le mani sudate, la bocca impastata, e non ha nemmeno dell’acqua con sé. Il buio è fitto. Doveva azzardarsi a scendere a valle qualche minuto prima. Doveva provare a percorrere il sentiero a tastoni. “Dio che stupida”. Adesso è bloccata, immobile, inerme. Ora ha freddo. Afferra la sacca e sente qualcosa sfiorarle la mano. La lascia cadere. Scuote il braccio, lo percuote usando l’altro e ci soffia sopra. “Dai Rebecca sarà solo un ragno, un insetto, magari una farfalla”….Con convinzione la riafferra, allarga l’apertura e infila dentro la mano. Sente qualcosa stringerle il braccio, trattenerla. Rimane impigliata. Oddio un serpente. Ha un serpente che si sta avvinghiando al suo braccio, ne è sicura. Lo sente. Sente stringersi l’arto. Urlando lo sfila di fretta e lancia la sacca. Continua a gridare e a sbattere i piedi. Uno le si incastra…quasi inciampa. Vorrebbe scappare ma non sa in che direzione andare. Davanti a sé c’è il burrone. Intorno solo il buio. Cerca di stare ferma. Trema. Ha paura. E ha freddo. Deve prendere la sua felpa. Calpesta la sacca che è sotto di sé con attenzione, sperando di non schiacciare la sua condanna a morte. Cerca di decifrarne il contenuto con la suola degli anfibi: le chiavi di casa, il portafoglio e la felpa. Tremando l’afferra. La tocca centimetro per centimetro, e vi rinfila il braccio. Sfila la felpa. Mentre si copre sbatte violentemente i piedi a terra. Riafferra la sacca, si siede e la mette tra le gambe. “Calmati Rebecca, non ti succederà nulla” .Il silenzio è diventato rumoroso. Il bosco intorno ha preso vita. Sente il respiro degli alberi, con le foglie che sfregano tra loro. Il vento rimbalza da una tronco all’altro, amplificandola sua voce. Percepisce in lontananza un verso…sembra quello di una gallina, o di un rapace…non riesce a distinguerlo…lo sente sempre più forte, più vicino. Forse non è solo uno, sembra alternarsi a quello di altri…sono tanti, e sono lì. Si tappa le orecchie. Inizia a contare a voce alta -uno, due, tre, quattro…-. Le piante intorno si muovono, sente qualcosa scivolare velocemente tra le foglie. Un animale. Un animale selvatico. Inizia a pensare ad ogni bestia di montagna. Orsi, lupi cinghiali. Ancora rumore, qualcosa di veloce le passa di fianco. “Non urlare Rebecca, non urlare”. Forse la sta puntando. O forse sono più bestie che la stanno circondando. Mette la testa tra le gambe. L’odore dell’incenso rimasto sulla sacca la riporta per un attimo nella sua stanza. “Dormi Rebecca, dormi”. Ma la tensione aumenta, la testa è trattenuta tra i gomiti con forza, il collo è piegato. Sente qualcosa di caldo sulla nuca…un respiro….lo sente distintamente….l’animale è dietro di lei. La sta annusando. Forse è un uomo. Le sembra di sentirlo respirarle addosso, ansimare…la paura la paralizza, non riesce a rialzare la testa, la bocca si irrigidisce…”Ti prego allontanati…allontanati……vai viaaaaa.”
Alza la testa, Il burrone è davanti a lei. Vorrebbe saltare pur di non risentire quel respiro sul suo collo, ma il terrore l’ha immobilizzata. Poi si volta. Di scatto. Buio. Solo buio.
Si rigira verso il lago. La città. Le luci. Prende aria. Le fanno male gli occhi. Li ha tenuti troppo stretti. Allenta le braccia, le fa scivolare sull’erba. E’ fredda, umida…cerca di spostarsi sul masso, ma qualcosa le penzola dagli anfibi solleticandole una gamba. Serpenti. Se li immagina piccoli, lunghi e tanti, sbucare dall’erba e arrampicarsi sul suo corpo partendo dai piedi per arrivare fino al collo, fino a soffocarla….le manca di nuovo il fiato. “Respira Rebecca, respira. “. Con l’altra scarpa si tira un calcio per allontanare qualunque cosa possa essere. Si rimette china, con la testa tra le gambe. E’ sfinita. E’ arresa. L’odore del terreno è sempre più forte. Le entra nelle narici…sa di pioggia, di lumache, di bava, di sporco. Si alza di scatto. Guarda di nuovo il lago. La vista è più nitida. Le luci delle case più tenui. Si guarda intorno. Riesce a vedere i cespugli, a distinguerne il contorno. Ora ne vede il colore. Il cielo si sta schiarendo. “Resisti Rebecca, resisti”.

Da Marianna, dedicato a Mirko Crupi

 

VISIONI DI UNA NOTTE
Giorgio se ne sta a passeggio sulla via del ritorno verso casa, dopo essere andato a rivedere le sue scuole medie. E’ sabato pomeriggio, e ha rivisto dalle finestre le sue sale, coi banchi ordinati e puliti dalle bidelle dell’ultimo turno, e gli ultimi appunti sulle lavagne…mentre le luci vanno via, ripensa alla sua classe, ai suoi anni, agli amici che non ha più rivisto, e si perde in queste dolci nenie.

Costeggia la strada senza marciapiede, mentre le auto gli sfrecciano velocissime davanti. Ha il telefono spento e sa che a casa potrà sedersi e mangiare con calma, visto che papà è via quella sera. E gli piace il pensiero di andarsene a casa a mangiarsi le sue bruschette, magari con un cd in sottofondo, sfogliando le foto dell’ultimo libro che ha comprato e che sta divorando…e si mette a correre per arrivare a casetta un po’ prima, visto che manca solo mezzo chilometro.
Ma ad un tratto i fari della strada si fulminano di colpo, e lui si ritrova nel buio più totale, stupito. Si riprende, e attende… ecco che arriva un macchina, ecco, bisogna seguire i fari, correre dietro la macchina…e vede da lontano la luce del camino di casa sua! Eccola oltre il parco! Ora entrando nel boschetto raggiungerà il parco e poi casa sua…e si mette a correre nel bosco…ma stranamente non finisce mai.
Una voce lo chiama “Tesoro, sono qua…mi vedi?”. No, non può essere lei. Non può essere. Quella voce… nasale e bassa…”Vieni qui da me che ti riporto a casa”…è proprio quella voce. Giorgio si gira, ma non c’è nessuno. “Sono qui, puoi toccarmi, puoi abbracciarmi, puoi darmi un bacio”. E’ solo, davanti ad un camino acceso nel bosco che gli mostra come arrivare a casa…ma quella voce lo cattura…”Amore vieni da me ti prego…mi manchi” che fare? “Se non vieni, sarò costretto a farti del male come ho fatto con lei”, tuona un’altra voce mai sentita, gutturale e profonda. “Che cosa le hai fatto?” “L’ho portata via con me, perché non ti amava, e non amava tuo padre, e non voleva stare con voi.” Giorgio si sente impazzire, ribolle di rabbia “Ha sempre saputo che non eri un figlio normale, non ti voleva, e se ne è andata” e allora Giorgio prende tutto il coraggio che ha e urla “Non ti permetterò di dire tutte queste bugie, di farmi del male. Sei solo un’allucinazione, non sei niente!” e corre via trattenendo le lacrime, a denti stretti, verso casa.
Spegne il camino, e va in camera sua. Apre il comodino e cerca quella foto di lei e lui quando era piccolo, intanto che le luci fuori svaniscono per fare entrare la notte…

Mirko

 

PICCOLI BRIVIDI
Villa Veronica 2020
Questo viaggio non finisce mai, maledetto sciopero degli aerei, da milano a salerno invece del freccia rossa mi tocca prendere la freccia bianca, tante fermate inutili che mi fanno perdere tempo, questa stazione poi …villa vittoria ma che razza di paese è? niente case, niente bar..nessuno in vista..ah una persona c’è …il capostazione: senta scusi ma dove siamo gli domando, lui alza lo sguardo verso di me e rabbrividisco, occhi neri capelli bianchi e una vecchia divisa: stia tranquillo qui non passa mai nessuno, si goda la sosta, mi sorride e se ne va verso i binari, e mentre lo fa mi accorgo che… cammina almeno mezzo metro dal suolo, non può essere vero, è un incubo mi giro e mi accorgo che nello scompartimento sono solo, sto sudando freddo.. prendo il cellulare dalla borsa e chiamo il call center delle ferrovie: pronto sono fermo a villa vittoria
E il treno è bloccato in questa stazione potete fare qualcosa: mi risponde una voce femminile che mi dice: mi ripeta per favore il nome della stazione, villa vittoria le ripeto ancora spaventato per prima: ma guardi che questo paese non esiste più da almeno 70 anni, fu bombardato per sbaglio dagli alleati nella seconda guerra mondiale, nessuno sopravvisse, lo so perché i miei nonni abitavano lì vicino, e mi raccontarono storie su questo fatto e noi non abbiamo nessuna sta…la telefonata si interruppe, e nel frattempo vidi dal finestrino altre persone sulla banchina che mi indicavano e che piano si stavo avvicinando al treno, io chiusi a la porta dello scompartimento e pregai…ad un treno finalmente il treno ripartii e vidi finalmente scomparire quella maledetta stazione..riaprii la porta e trovai un biglietto.. lo lessi: CARO VIAGGIATORE, GRAZIE DI ESSERCI VENUTO A TROVARCI IN QUESTO POSTO DIMENTICATO DA TUTTI E DA DIO, QUALCHE VOLTA NOI CERCHIAMO DI RINCONTRARE QUALCHE PERSONA CHE PASSA PER CASO DI QUA, PER NON SENTIRCI SOLI..BUON VIAGGIO
qualche tempo dopo scoprii che il capostazione era il fratello di mio nonno…un piccolo brivido che ancora oggi non ho dimenticato..

Questo piccolo racconto lo dedico a marta… per il prossimo viaggio in treno…..
Carlo

 

STORIA HORROR PER ADULTI
Odio le storie horror. Sono false.
Mostri, fantasmi, spiriti, ombre, rumori.
L’orrore. Cos’è l’orrore?
Il più grande buio è in casa tua. Il più grande buio è dentro di te.
Quando fuori: “E’ una brava persona, una bella famiglia, una famiglia unita”, e dentro il mondo finisce con il confine della tua stanza chiusa a chiave. E tu immobile seduto sul ciglio del letto, fissando il vuoto, navighi nelle acque torbide delle tue interiora, un nodo stretto alla gola che tira verso il basso e taglia il respiro, e le lacrime bagnano gli occhi senza cadere, l’urlo si blocca e soffoca e ti succhia nuovamente giù dello stomaco, contratto, in una spirale d’ansia della quale non vedi la fine.
Sei imperfetto. Non sei come gli altri ti vogliono. Inadatto, inetto, diverso.
Dormi troppo per togliere tempo all’angoscia. Non vorresti dormire per vegliare all’orrore che ti circonda, che non si rompa, che il respiro nell’altra stanza continui ad essere profondo, interrotto solo dalle urla degli incubi, una luce, rumori in bagno, e poi ancora buio. Orrore.
E la mattina l’acqua lava via poca polvere, la sagoma nello specchio è nemico, ti osserva, giudica con occhi uguali ai tuoi, non li guardi. Ricordi l’ultima volta, il nero che li circondava, due pozzi dentro una figura giovane, e la speranza, scomparsa. La voglia, assente.
Le continue domande che sorgono dall’ abisso: “Chi sono? Dove sto andando? A cosa servo? Perché proprio a me?”, e le continue domande di chi incontri per la strada: “Come stai?”. “Bene”. Falso.
Non ti cerca nessuno. Amicizia? Cosa? Quella cosa che fa presenza nel bar solo quando hai il sorriso fissato alla bocca. Falso.
Il lavoro, non il mio, quello sbagliato, e l’altro, non ce la farò mai; la corsa al parco, i pantaloni stretti, sei goffo, mi guardano tutti, ridono. Orrore.
La strada infinita per tornare indietro e ancora l’eco delle risate, rimbombano, lo stomaco stretto e la sensazione di soffocare ancora…
…La porta si chiude. È di nuovo buio.

Noemi, dedicato al mio buio, e alla luce che continua a illuminarlo

 

DA CARLA A Marianna Savà
Cosa c’è di più bello, dopo una giornata faticosa ritornare trà le mura domestiche, che ci proteggono da tutte le insidie che ci circondano?
Marianna è una ragazza con molte doti e qualita’ che la contraddistinguono ma dall’altro verso è molto superstiziosa.
Porta al collo un cornetto rosso, prima di iniziare la giornata, lo strofina e con un gesto scaramantico, gira tutta la casa ripetendo
AGLIO FRAVAGLIO, FATTURA CCà NUN QUAGLIA, CORNO BICORNO CAP’ALICE CAPA D’AGLIO.Vive con Figaro gatto nero, pelo lungo e occhi grandi gialli, che al solo guardarlo incute timore.
E cosi’ esce per incominciare la giornata.Rientrando a casa alla sera, si accorge che Figaro era irriconoscibile,pelo lungo alzato,coda rigida ,occhi che manco le orbite non riuscivano a contenere, emetteva suoni , versi da oltretomba , si avvicinò e con un balzo il gatto gli è addosso.Il sibilo del vento penetrava attraverso le finestre ,tuoni ,fulmini illuminavano la stanza,attraverso il camino pipistrelli di ogni forma e colore,girava per la stanza impaurita, voci che provenivano dal cimitero vicino risuonavano con insistenza, tanti occhi alle finestre di fantasmi del passato.In preda al panico MARIANNA correva correva urlando “corna bicorna aglio fravaglio, figaro, figaro, la paletta schiaccia mosche era diventata una spada che si dimenava sù e giù, sinistra, destra come un cavaliere di RE ARTU’MA ma nulla cambiava. I fantasmi avevano invaso tutta la casa, si avviò di corsa verso l’uscio ,inciampò sullo zerbino ,si trovò in una ragnatela gigantesca a mo di uomo vitruviano, i capelli ritti come gli aculei dei ricci in amore,oltre a figaro era ricoperta da un liquido fosforescente emesso da un grande ragno. Aiutooooo aiutooooo corna bicorna regole e cicoria…..resto’ cosi sino all’alba impietrita, impaurita, infreddolita, il ritmo del suo cuore era talmente forte come un concerto heavy metal.Il sorgere del sole è vicino,Marianna stremata si abbandona in un sonno profondo, tutto intorno si placa, figaro riprende forma, resta impietrito sull’addome di Marianna. Un enorme omone verde si avvicina e con un bacio stampo si risveglia e la riporta alla realtà.
La causa di tutto questo trambusto, sono crocchette comperate in sbaglio alla psilocibina sodica evanescente per una alimentazione naturale, vitaminica per FIGARO …….alla faccia

Carla

 

Da katia dedicato alla mia amica Lucia
Finalmente erano arrivate le tante agognate vacanze anche per lei. Aveva deciso di tornare nel piccolo paesino nel sud dell’Inghilterra dove aveva trascorso tante estati da bambina. Amava la tranquillità e lì sarebbe stato il posto perfetto per dipingere.
Il sabato mattina, di buon ora, era già in viaggio e le mancavano pochi chilometri per giungere sul posto. Aveva appuntamento con una sua amica del posto al bar in piazza.
Era una giornata grigia e piovosa, ma Margo’ non si scoraggiava per così poco.
Arrivata al paesino scaricò subito i bagagli, decise di andare a piedi all’appuntamento.
Il paesino era un incrocio di stradine strette e viuzze tutte in sanpietrini, le case erano molto vicine una all’altra e una macchina ci passava a stento. La giornata era grigia, ma non fredda e una leggera nebbiolina si alzava da terra. Stranamente non c’era in giro anima viva. Le finestre delle case erano tutte serrate anche se Margo’ si sentiva osservata. Una ventata improvvisa gli scompiglio’ i capelli , sul collo senti’ un soffio gelido che gli fece salire un brivido lungo la schiena. Si voltò di scatto, ma c’era solo lei sulla strada. Cercava qualcuno a cui chiedere informazioni, ma il paese sembrava deserto finché nella nebbia riuscì a scorgere poco distante da lei la sagoma di un uomo. Cercò di chiamarlo ma senza successo e più lei si avvicinava più lui si allontanava finché non lo vide sparire in un portone.
Continuò a camminare cercando di orientarsi nella nebbia quando inciampò in qualcosa e finì a terra. Guardò meglio e con stupore si accorse che era un sacchetto con dentro dei vestiti. Ma cosa ci faceva lì a terra? La cosa cominciava a farsi strana. Si rialzò, prese il cellulare per chiamare la sua amica, ma si accorse che lì non c’era campo. Intanto la nebbia si faceva più fitta e la visuale peggiorava. Poi di nuovo quella sensazione di essere osservata, si sentì sfiorare il braccio con un tocco delicato e quando lo toccò sentì qualcosa di appiccicoso. Si guardò la mano, era tutta rossa, sembrava sangue. Spaventata cominciò a correre, ma sentiva dietro di lei passi che la rincorrevano, qualcosa le sfiorò le spalle, ma lei continuava a correre senza voltarsi. Sentì tirarsi i capelli e una mano gelida sul collo ma non si fermò, anzi corse più veloce finché arrivò nella piazza del paese e di corsa si infilò nel bar.
Dentro c’erano poche persone al bancone e vide la sua amica seduta in un angolo.
Corse subito da lei “Oh mio Dio eccoti finalmente. Mi devi aiutare. C’è qualcosa che non va’ la fuori” disse Margo’.
La sua amica si alzò subito in piedi, fece cenno ad altri due di avvicinarsi. Si sedettero al tavolino e si fecero raccontare tutto quello che Margo’ aveva visto.. il cameriere portò il caffè per la povera Margo’ che era agitata, ma quando fu sul punto di berlo si accorse che dentro c’era una bevanda rossa. Sollevò il viso verso gli altri e vide sei occhi rossi come il sangue che la fissavano e sghignazzavano.
La sua amica disse rivolgendosi agli altri:
“Ecco il nostro pranzo come vi avevo promesso. Lei è Margo’ “

Da Katia a Lucia

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LA FAVOLA DELLA BUONANOTTE

Buon Rodaridì a tutti!
Anche oggi potete votare la storia che preferite accedendo a questo link: La Favola della Buonanotte

La storia che riceverà più voti, venerdì verrà premiata.  Non perdiamo altro tempo: le votazioni sono aperte solo per oggi, lunedì 25 maggio!


RODARIDÌ
 

IL CANTASTORIE E LA PRINCIPESSA, dedicato a E.
Vi era un bambino biondo, sui 12 anni,  passeggiava su di una stradina con pupazzo, pensando a tante storie che aveva in testa. Si rilassava tanto a pensarvi, perché era il suo mondo. Pensando e canticchiando, scorse una bimba moretta dall’altro lato della strada. Non sorrideva molto e teneva lo sguardo chino verso terra. Mentre camminava nella direzione opposta, il bambino non potè fare a meno di notarla, rallentò il passo e sentì qualcosa che non riusciva a spiegarsi, come un formicolio, una tensione, e guardò la bambina finché non la vide allontanarsi. 
Un altro giorno era in un parco su di un’altalena  che cantava una filastrocca, e mentre si dondola, vede passare di nuovo quella bambina, e si accorge di quanto siano lunghi i suoi capelli e grandi i suoi occhi, anch’essi neri. Le sorride, ma lei non alza lo sguardo. La vede impaurita, e ha paura di darle fastidio. Ma è rapito.
Le chiede come si chiama, lei si ferma non risponde, lui prova ad accennare un sorriso, lei fa una piccola smorfia tenera, ma la paura la assale di nuovo e cammina via velocemente.
Intanto il bambino pensa costantemente alla bambina, e decide di farle un disegno, e si porta con se’ quel disegno, come un portafortuna. Anche alle verifiche di scuola.
Un giorno d’estate a luglio, mentre vari bambini giocano nota di nuovo quella cara bimba, sola soletta. Nota in lei ancora diffidenza, difatti ella sta in un angolo, forse a leggere qualcosa, forse a scrivere, forse a giocare. Chissà. 
E allora decide di farle un altro disegno, stavolta meglio, visto che non si sente molto bravo. E prova dopo qualche ora ad avvicinarsi a lei. Le offre un kinder, le sorride accetta e poi con una scusa scappa via. 
L’estate scorre e i suoi bimbi si intravedono più volte, poi ad un certo punto il bimbo scopre che la bambina abita dai nonni in un paesino vicino. Nonostante una paura boia della bici, decide di prendere la bici e di andare a trovarla. Fa molto fatica perché non è abituato, e arrivato in un parco cade e si sbuccia un ginocchio. E gli cade lo zaino.
La bimba passa, molto più tranquilla del solito lì vicino, e scopre per terra..un disegno che la raffigura. Si stupisce, si guarda… e si chiede chi possa averglielo fatto.
A settembre, sui banchi di scuola, sbirciando negli zaini altrui, scorge un disegno simile, ma più fantasioso: ella è vestita di bianco e si incammina verso una collina su di un castello. Ruba il disegno.
Il bambino cerca disperatamente il suo disegno, di cui era orgoglioso. E ad un tratto gli prende un colpo: è proprio lei? E ha in mano…quel foglio, quello? Lei lo vede , lui la vede. Lui  non sa che fare e fugge. Lei lo insegue in un bosco lì vicino e gli urla grazie. Lui si gira, e per la prima volta vede quella bambina sorridere, ma non come quei sorrisi forzati a scuola o tra amici…come lui ha immaginato.
Lei gli chiede se sia suo il disegno. E lui gli mostra tutti i disegni che ha fatto di lei, e scopre alcuni che aveva preso lei. Che sollievo.
Si presentano, si stringono la mano,  e lei gli racconta che ama scrivere storie. Lui allora improvvisa, per lei, una delle sue storie. E si stupisce di come lei lo segua, nonostante un bel caos di memoria. Lei gli chiede se abbia voglia di crearne di farne una per lei. E lui gli risponde, che quelle erano tanto belle che le ha scritte a casa. E lei gli chiede se può vederle, cosicché lui la invita. Lei in risposta, gli da un piccolo, timido, bacio sulla guancia. Lui non trattiene il colpo  e si inchina. Lei si inchina a sua volta. 
I due, si incamminano verso la casa. Ma questa, è un’altra storia. 

Mirko

 

IRENE E PIETRO, dedicato a Irene e Pietro 
Sei arrivata come luce piena, come soffio tiepido di primavera, come calore sei arrivata, ed eri tanto attesa. Era freddo il clima fuori, ma tu l’hai invaso della tua presenza piccina, ma ricca di calore. Ti ho guardata meravigliata, stupita per i tuoi occhi blu’ color del mare che penetrano il mondo.  Il ricordo è, e sempre sarà in me quando piangevi io ti cullavo,  insieme guardavamo la luna e le stelle, sono ancora li. Quanti abbracci, baci, coccole ci siamo scambiate. Ora sei cresciuta la nostra luna e le stelle sono ancora li, molto più grandi e lucenti. Tu sei la mia principessa. Quando ti tengo la mano per farti addormentare la mia fantasia vola con i tuoi pensieri. Con Isabella il tuo cavallo bianco, percorri quella strada un po’ in salita che si chiama vita. Raggiungerai la tua meta.  Abbiamo fatto molte cose insieme e tante ne faremo, sognare di volare, di volare e salire sulla luna con le gambe a penzoloni, aspettare il sorgere del sole avvolti nella coperta di polvere di stelle, cantare la ninna nanna che tanto ti piace. Quando arriva la sera affacciati alla finestra e sul viso sentirai un soffio di vento, questo è il mio bacio della buona notte…LA FAVOLA CONTINUA………
Sono Pietro, il principe, vedete! Finalmente sono arrivato!!!!! A cavallo di Isabella, la fiaba è cosi iniziata, mamma e papà l’hanno tessuta con i fili dell’amore, che ti condurranno a crescere secondo la voce del cuore. Spalancherai sul mondo gli occhi belli, li alzerai per rubare le stelle. Tutto è nelle tue piccole mani, ora abbandonati ai tuoi sogni colorati, corri col tuo cavallo, c’è Irene che ti aspetta, là nel castello dove lei è la principessa, ci sarò pure io in questo mondo fatato, anche se il tempo, il mio aspetto sarà mutato. Volteremo le pagine degli anni, principi e principesse cresceranno, nella vita cammineranno, ma saranno uniti nei sigillo dell’amore che avrà saputo battere al dolce ritmo del cuore.
NINNA NANNA, NINNA OH …
QUESTA PRINCIPESSA A CHI LA DO’
E QUESTO PRINCIPE A CHI LO DO’….

Carla

 

LA COLLANA DEGLI ELFI, dedicato a tutti coloro che sognano grandi e piccini
La nostra storia comincia a Dublino, in una vecchia libreria. Un giorno un giovane ragazzo di nome Birillo Stone era alla ricerca di un regalo per una ragazza Elle Smith. Billy non era un bellissimo ragazzo, era basso per avere 15 anni… capelli scuri ereditati dalla nonna italiana, però era intelligente e generoso; Elle era invece era la ragazza più bella del quartiere degli artigiani, capelli rossi, occhi azzurri, alta…insomma pensò Billy “Potrei essere il suo portachiavi” e questo lo fece sorridere, ma ad un tratto guardando la vetrina della libreria notò un piccolo libro verde come i prati d’ Irlanda.. E sulla copertina era disegnato un simbolo che ricordava una collana, entrò e chiese quanto costasse, gli rispose il vecchio proprietario: – Non è in vendita perché questo libro sarà donato a colui che risolverà un indovinello-, – E quale chiese Billy?-. 
– Tu credi alle fate o gli elfi? Oppure pensi che siano solo storie per bambini?-
Billy rispose: – In realtà io non ne ho mai viste una di fata né ho incontrato un elfo di nessun tipo, ma parlami del indovinello vorrei regalare questo libro a Elle sperando di conquistarla-
– Ecco l’ indovinello è questo: se tu avessi  tre vasi, in uno conteneva un erba per diventare ricco, un altro un vino per diventare bellissimo, infine un vaso contiene la saggezza..cosa sceglieresti dunque?-  Domandò il padrone della libreria. Billy si mise a pensare: – Se diventassi ricco le ragazze vorrebbero solo i miei soldi, e se invece fossi bello vorrebbero solo uscire con me per vantarsi..penso che sceglierei di essere saggio almeno vedrei con i miei occhi ciò che desidero e non ciò che vogliono gli altri..
– Bravo ragazzo il libro è tuo- gli disse il vecchio mostrando un bel sorriso e mentre stava per uscire felice il vecchio disse: – Un ultima cosa- togliendosi il cappello e mostrando due piccoli corni – Non  esistono soltanto gli uomini in questo mondo, rammentalo sempre- 
Billy si mise a correre a perdifiato verso il quartiere degli artigiani dove finalmente trovò Elle: -Ho un regalo per te- disse Billy:- Guarda-
Elle prese il libro e mostrò un sorriso enorme lo baciò sulle labbra: -Finalmente posso tornare a casa-  disse Elle.
– Ma quale casa?-
– Vedi Billy io in realtà non sono umana- mostrando dietro il vestito due ali azzurre- e nel libro vi è la mappa per tornare al mio regno-
– Ed io?- Billy chiese
– Caro Billy ti porterò nel mio cuore.. grazie- E volò via.. a Billy non rimase solo una cosa da fare: tornare a casa triste…”a che serve essere saggi se poi si è soli?” Si chiese..ma poi vide per terra una collana la raccolse e una ragazza che era sul ciglio della strada: -Perché non la regali a me?- Billy la vide era una ragazza carina: -Va bene ma non sarai per caso una fata?-
– Ma sei matto? Lo sanno tutti che non esistono-
– E sia questa collana è tua…-
– Grazie- disse lei, e si presero per mano camminando insieme verso il tramonto. Erano una bella coppia lui un po’ basso e lei un pochino più alta con un cappello colorato che nascondevano due splendide orecchie a punta..

Carlo

 

IL SIGNOR BUIO, dedicato a Ivan
C’era una volta, tanto tempo fa, un piccolo albero di nome Birillo che viveva in un bosco in cima alla montagna. Birillo era coccolato da tutti gli altri grandi alberi e sognava spesso di diventare come loro anzi, anche più alto di loro. Lilly la quercia gli raccontava sempre delle bellissime favole e gli insegnava molte cose, soprattutto aveva imparato che gli alberi erano esseri viventi molto importanti, perché era grazie a loro che gli uomini potevano ripararsi dal caldo, potevano respirare, e la natura non sarebbe mai stata così bella senza di loro. Ma Birillo, come tutti i piccoli e aggiungerei anche grandi, aveva molte paure. Quando calava la sera ed il cielo si oscurava il buio lo spaventava e con i suoi piccoli rami cercava un contatto, quasi un abbraccio, con gli alberi vicini come in cerca di protezione. Una notte si alzò un forte vento, le fronde degli alberi si scuotevano quasi impazzite provocando dei sibili spaventosi. Birillo tremava più per la paura che per il vento, con i suoi piccoli rami cercava invano un contatto con gli altri alberi, ma il vento non glielo permetteva. Allora si mise a piangere, ad un tratto però sentì una voce che gli disse: ”Birillo non disperare io sono con te, non devi avere paura ti proteggerò io, sono il signor Buio e starò vicino a te sino a che non arriverà la signora Luce. Tutti mi temono, ma io non faccio male a nessuno anzi nella notte io vi proteggo”. A quelle parole Birillo smise di piangere e ad un tratto si sentì investire da un abbraccio immenso e così si addormentò. Il giorno seguente il vento si era calmato e Birillo raccontò agli altri alberi cosa gli era accaduto la notte precedente. Lilly la quercia allora disse: ”Hai visto Birillo ora hai un altro amico: il signor Buio. Lui è amico di tutti noi e non bisogna averne paura”. Crescendo Birillo e il signor Buio divennero amici inseparabili e la sua paura svanì per sempre.

Ivan ed Emanuela

“NO, A LETTO NO!”, dedicato ad Elizabeth e Marta
C’era una volta, in un tempo lontano e in un luogo indefinito, una bambina di nome Larissa. Aveva il  viso scarno e la carnagione pallida, e di  giorno era perennemente assonnata. La mattina si alzava sempre in ritardo, e durante la colazione le cascava la faccia nella tazza del latte; a scuola sul banco teneva un cuscino per evitare di sbattere la testa ogni volta che le cadeva per il sonno, e se  giocava a nascondino veniva ritrovata addormentata nei posti più impensabili, anche dopo parecchie ore. Ma quando arrivava la sera, e il momento di andare a dormire si avvicinava, Larissa diventava improvvisamente attiva e irritabile. Ripeteva in continuazione “No, a letto no!” urlando e piangendo,  e inventava ogni volta una scusa diversa pur di non andare a dormire: doveva contare le lucciole in giardino, monitorare la traiettoria di un meteorite, verificare l’efficacia notturna dell’anti-zanzare…ma tutte queste scuse nascondevano un’unica verità: aveva paura del buio, o meglio, aveva paura di tutti gli esseri spettrali che a suo dire si nascondevano nella stanza. I genitori non sapevano più cosa fare per aiutarla a superare questa paura. Le avevano provate tutte: tisane di melissa e camomilla,  ninna nanne infinite, pareti della camera dipinte con fringuelli rosa, un gregge di pecore in giardino da contare, un lampione in mezzo alla stanza per farle luce….ma nulla…ogni sera Larissa si rifiutava di andare a letto. I genitori, ancora più esausti della bambina, decisero quindi di rivolgersi alla signora Gengiva Sdentata, una vecchina del villaggio, conosciuta da tutti per aver curato intere generazioni di bambini insonni. Tra la gente si vociferava che tenesse con sé  i poveri  malcapitati per un’intera settimana, e li sottoponesse a castighi per i quali poi i bambini decidevano che fosse meglio andare a letto senza capricci. Si diceva addirittura che insieme a lei vivessero orchi, lupi, e fantasmi, e che i bambini sarebbero finiti nelle loro grinfie se non avessero imparato ad andare a letto da soli. I genitori di Larissa, la lasciarono con molte perplessità nelle mani dell’anziana signora…ma non avevano altre soluzioni. La bambina invece non era poi così preoccupata all’idea di qualche giorno di villeggiatura, e salutò i genitori senza fatica, che passarono una settimana in lacrime aspettando il suo ritorno a casa. La signora Gengiva Sdentata era molto gentile con lei e l’aveva accolta con la stessa dolcezza di una nonna. Agli occhi degli adulti aveva un aspetto da strega, ma a quelli di Larissa era solo un’anziana signora un po’ sciatta, ma con lo sguardo buono. Dopo una settimana la bambina tornò dai suoi genitori, e l’unica cosa che Larissa  raccontò fu che la casa della signora Gengiva Sdentata aveva sette stanze degli ospiti, ognuna occupata da un ospite diverso, con cui aveva trascorso le sue giornate. I genitori quindi pensarono che la figlia avesse passato il tempo insieme a bambini con il suo stesso problema di sonno, ma Larissa disse “Ho passato le mie giornate in compagnia delle mie paure”.  La sera, quando venne il momento di andare a letto, la bambina stupì tutti recandosi nella sua stanza da sola, senza urla o capricci. Prima di infilarsi sotto le coperte prese un foglietto dal taschino del suo zaino, e si mise a leggere a bassa voce:
“Dormi piccina, dormi anche tu,
e paura di dormire non averne più
Ci sono gli aiutanti della vecchina
che ti terranno compagnia fino a mattina.
C’è il mostro con i denti affilati
che ti asciuga i tuoi occhi bagnati,
c’è la vecchia signora Befana
che rimbocca la tua coperta di lana,
C’è il tuo amico Orco
che pulisce dove è sporco;
e il simpatico fantasma
che riordina il marasma;
e poi c’è il grande lupo
che riempie di carezze il pupo
c’è il pagliaccio con il naso rosso
che ti fa ridere a più non posso
e la strega che fa la magia,
tutta la paura ti porta via.
Dormi piccina, dormi anche tu,
se conosci le tue paure, paura non avrai più.”
Larissa si addormentò dolcemente e profondamente, pensando alla bella settimana trascorsa in compagnia dei suoi nuovi amici: l’orco, il lupo, il pagliaccio, la befana, il fantasma, il mostro e la strega Gengiva Sdentata.

Marianna

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UN NUOVO RODARIDÌ

Buon Rodaridì a tutti!
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RODARIDÌ
 

SOLDO DI CACIO
C’era una volta una bambina che viveva con la sua mamma in una casetta al limitar del bosco. La bambina era così minuta che veniva chiamata da tutti Soldo di Cacio. Indossava sempre un mantellina  verde che le aveva fatto la nonna, l’unico vestito che le calzasse a pennello. Un giorno la madre le chiese di portare all’adorata nonnina, che abitava dall’altra parte del bosco, la Settimana Enigmistica e del cotone per il ricamo. Nonostante la pioggia, Soldo di Cacio si incamminò. Il sentiero di ciottoli che conduceva al bosco era invaso da vermiciattoli e da lumachine senza guscio che sbucavano fuori ogni volta che il terreno era bagnato. Soldo di Cacio terrorizzata da quei piccoli esserini, senza staccare gli occhi da terra si mise a fare un vero e proprio slalom per evitare di calpestarli. Così facendo però non prestò attenzione alla strada, e in pochi istanti si ritrovò smarrita in mezzo agli alberi. Continuò a camminare, fino a quando sentì una musica provenire da lontano: sembrava il suono di un piffero. La seguì, e quella melodia la condusse alla riva di un laghetto. Soldo di Cacio si sedette su un sasso per riposare un pò e si mise ad osservare  due bellissimi cigni con i loro cuccioli, seguiti a loro volta da un anatroccolo…era goffo, piccolo e bruttarello, ma catturò l’attenzione della bambina, che spesso e volentieri si sentiva proprio come lui. Specchiandosi nel lago pensò: “Chissà se da grande sarò mai bella come la mia mamma?”. Ed ecco che l’acqua cominciò a fare un movimento circolare, che disturbò la sua immagine e i suoi pensieri….e al posto del suo viso vide apparire quello di una bellissima fata. Soldo di Cacio fece un balzo indietro, ma non riuscì a staccare gli occhi da quella figura. Era l’essere più bello che avesse mai visto, con delle ali variopinte che riflettevano mille colori per tutto il lago. La bambina, ammutolita, continuò a guardarla, e la fata le parlò: -Piccolina, non avere paura di me, sono la Fata del Bosco, e aiuto chiunque perda la strada a ritrovarla-. Soldo di Cacio pensò che nessun essere così bello avrebbe mai potuto farle del male, e si sentì sollevata e al sicuro. La fata la rimproverò per essersi persa a causa di una sciocca paura, quella di vermi e lumachine, e Soldo di Cacio si vergognò. Poi le fece notare che il cielo stava annunciando l’arrivo di un temporale, e che sarebbe stato imprudente proseguire il cammino sotto la pioggia battente. La bambina si fidò, e ascoltando i consigli della saggia Fata del Bosco si mise a preparare una capanna di foglie. Ma non appena si rifugiò al suo interno un vento fortissimo buttò al suolo il suo riparo. Soldo di Cacio allora, con tanta pazienza, costruì una capanna di canne di bambù, ma il vento aumentò la potenza e distrusse anche quella…la piccolina era sempre più affranta: si sentiva un’incapace. La fata le disse che quando costruiva qualcosa doveva prestare più attenzione. Soldo di Cacio, determinata, ci riprovò con dei sassi…riuscì a costruire una vera e propria casetta!!!! Ma il vento iniziò a soffiare di nuovo, forte, fortissimo, sempre più forte e……la casetta crollò. Nulla da fare, era proprio imbranata! Per fortuna che il temporale stava terminando. Soldo di Cacio decise di ripartire per andare a casa della nonna, e la fata, dopo averle spiegato la strada più breve, le fece raccogliere delle bacche da lasciare sul suo cammino per non perdersi. La bambina ne fece cadere una a terra ogni dieci passi…ma dopo parecchia strada,voltandosi, si rese  conto che gli uccellini del bosco le stavano mangiando tutte, una ad una. 
Soldo di Cacio cominciò a piangere, e tra un singhiozzo e l’altro sentì qualcuno dire: -Ciao bella bambina, come ti chiami? Perché stai piangendo?-. La bambina  si asciugò gli occhi e vide che a parlarle era una volpe.
Tirò sul col naso e  rispose: -Mi chiamo Soldo di Cacio, signora volpe, e piango perché non so se sto percorrendo la strada giusta-
La volpe continuò: -Come sei piccola e pallida , cara bambina, dovresti mangiare un pochino di più-. Soldo di Cacio spiegò alla volpe che era in cammino da ore, e che sì, in effetti non aveva mangiato nulla. La volpe allora le disse: -Se mi regali la tua mantella ti darò in cambio questa mela e ti indicherò la strada da prendere-. A Soldo di Cacio sembrò un affare, e anche se era molto legata alla sua mantellina, accettò volentieri lo scambio. La volpe fu di parola, le spiegò la strada e scomparve in un baleno. La  bambina afferrò la mela per darle subito un morso ma….quando la mela fu vicino alla sua bocca… vide sbucare un verme, e per lo spavento la lanciò lontano……La mela finì a terra, trasformandosi in un liquido verde che bruciò l’erbetta su cui era caduto. -Ohi ohi ohi- disse Soldo di Cacio -se l’avessi mangiata sarei sicuramente morta!!!-. In quel momento si rese conto che era stata una delle sue paure a salvarla….e forse doveva ascoltarle un pò di più, senza permettere a nessuno di prenderla in giro. Ora non poteva più fidarsi delle indicazioni della volpe, e così decise  di seguire solo il suo intuito. Si fece forza e si mise a camminare a gran velocità. Finalmente, stanca e infreddolita, arrivò a casa della nonna. Bussò e quando vide l’adorata nonnina le consegnò la rivista e il gomitolo, e la abbracciò. La nonna le preparò una tazza di tè caldo con biscotti per riscaldarla, e dopo essersi fatta raccontare tutte le sue vicessitudini le disse di andare in camera a riposarsi un pò. Il letto della nonna aveva soffici coperte e due materassi, uno sopra l’altro. Soldo di Cacio si addormentò subito, ma presto il suo sonno venne disturbato da qualcosa che le dava fastidio sotto la schiena. Quando si alzò sollevò i materassi e vide che  c’era nascosta  una “castagna matta”! In quel momento la nonna entrò nella stanza e Soldo di Cacio le chiese il perché di quella stranezza. La nonna le rispose: -Le castagne matte tengono lontani i malanni, e io ne porto sempre una con me-.
Soldo di Cacio si mise a ridere per questa stramba abitudine e la nonna rispose: -Sai nipotina mia, tutti mi prendono in giro perchè ho sempre paura di ammalarmi, e perchè uso le castagne per tenere lontano il raffreddore. Ma io non bado a ciò che dice la gente, o a chi usa le mie paure per prendersi gioco di me…-
La nonna poi le disse di prendere la castagna e di metterla in tasca, le consegnò una nuova mantellina verde che nel frattempo le aveva già confezionato e con un bacio in fronte la salutò. Soldo di cacio  si incamminò verso casa, ma appena oltrepassata la prima fila di alberi udì nuovamente quella musica…e la seguì, ritrovandosi al laghetto. Cercò la fata per dirle che era riuscita a raggiungere la  nonna, e specchiandosi nel lago vide nuovamente l’acqua muoversi in modo circolare: la fata comparve davanti ai suoi occhi. -Ciao Soldo di Cacio, cosa ci fai ancora qui? Ma non hai incontrato una volpe sul tuo cammino? E come hai fatto, imbranata come sei, ad essere arrivata a casa della nonna?-
La bambina iniziò a sospettare che la fata c’entrasse qualcosa con le sue disavventure e, non avendo più voglia di sentirsi criticare, la salutò educatamente dicendole che era arrivato il momento di tornare a casa.  La fata le sconsigliò di incamminarsi nel bosco e le disse: -Guardati: piccola come sei ti perderai ancora! E chissà quanti vermiciattoli e quante lumachine si nascondono sul sentiero-. La bambina cercò di non farsi condizionare, e senza risponderle fece per andarsene. Improvvisamente il cielo prese i colori della notte, il vento cominciò a soffiare forte, gli alberi crearono forme spettrali  e tutti gli uccelli del bosco si alzarono in volo. Soldo di Cacio aveva paura, ma decise che questa volta non si sarebbe arresa. Si voltò, e guardò dritta negli occhi la fata per qualche istante…. il suo riflesso svanì nell’acqua lasciando il posto ad un essere dall’aspetto spaventoso: era una strega! Soldo di Cacio tirò fuori la castagna matta dalla tasca, e di istinto la scaraventò nell’acqua. Ed ecco che si formarono nuovamente dei cerchi, che  mossi dal vento diedero vita ad  un vortice. La strega venne risucchiata verso il fondo del lago e la sua figura svanì. In quel momento il cielo riprese i colori del mattino,  il lago tornò a  brillare e gli uccellini a cinguettare sulle chiome degli alberi. La bambina si rincamminò  verso casa, con la certezza di imboccare la strada giusta. Ma ad un certo punto…-Etciùùùù!- , un potente starnuto uscì dalla sua bocca e Soldo di Cacio pensò: “Le castagne matte forse non tengono lontano i malanni, ma di sicuro tengono lontane le streghe!-.

Marianna

LA MIA GIORNATA DI RIPOSO
La vita lavorativa si sa è molto faticosa, quando rientri a casa, tra faccende domestiche, lavare, stirare, cucinare, coltivare l ‘orto e ci mettiamo pure il marito……..APRITI CIELO.
Domani finalmente, il mio sospirato riposo e me lo godo.
La sveglia suona alle sei, prima cosa da fare è la doccia, ancora più faticoso asciugare i capelli, io che non ho dimestichezza con pettine e spazzola.
Il mio aiuto prezioso è il bimby, un casco per capelli di ultima generazione, è un peccato non farsi aiutare:  infili la testa nel bimby, premi il tasto 1 l’asciugatura e la vaporizzazione è perfetta,  accedi a modalità spiga, la testa ti intriga,  chioma mossa , metti il turbo e i capelli sono da urlo.
Per rendere più piacevole le faccende domestiche I WANT TO BREAK FREE in compagnia del mio caro Freddie, mi ritrovo elettrica, iperattiva, il brano è terminato ed è tutto finito.
La suoneria del cellulare mi segnala che il programma lavaggio è terminato, non mi resta che stendere, non ho uno stendino davanti a me, ma un arpa orizzontale, mi lascio trascinare dalle sue corde, un’armonia dolce esce dalle mie mani, toccata e fuga di Back mi ripiglio e stendo.
Ho tralasciato dalla fretta di spolverare la libreria composta da 7 scaffali, quasi tutti i libri parlano di criceti, nella mia immaginazione la libreria è diventata un condominio di criceti graziosi, simpatici animaletti e mi fanno pure compagnia.
Terminato il lavoro casalingo, un po’ di svago a contatto con la natura, devo piantare i pomodori, la buca deve essere un po’ profonda, in aiuto ancora la tecnologia il gancio dell’impastatrice, premi sul terreno il gioco è fatto, senza fatica, tutte in fila per tre che non sembrano fatte da me.  Guardo l’orologio è ora di cena, una bella frittata con una padella ricaricata, gira, rigira, salta ed è subito fatta, come un disco volante è atterrata odorante.
La mia giornata di riposo è terminata meno stancante di una giornata lavorativa ma impegnativa, con bimby, criceti, arpe, Freddy , ganci e dischi volanti.
Vedo Morfeo che mi tende le braccia, l’ultimo capitolo “La corsa delle tartarughe” mi attende, ma le pagine del libro si staccano come ali di farfalla. CHE SONNO…..dimenticavo,  ci vuole una supposta al profumo di ciliegia x un sonno profumato.
Buona notte.       

Carla

CUFFIETTE A FORMA DI DOCCINO
Mario fa il medico nel tempo libero.

Ha tanti pazienti e, come ogni dottore che si rispetti, per visitarli utilizza il suo stetoscopio. Sono così tanti a curarsi da lui che spesso si porta il lavoro a casa: li riceve anche in camera da letto, in cucina o in bagno.
Non ha bisogno di parole per fare le diagnosi. Le espressioni del suo volto, a quanto pare, sono abbastanza esaustive. Se potessi assistere ai suoi controlli, lo vedresti piangere quando la situazione è drammatica, sorridere quando la malattia è passata o arrabbiarsi quando il paziente non collabora alla cura. E questo basterebbe a sistemare tutto. Insomma, è un bravissimo dottore. Capisce subito di cosa ha bisogno il paziente, cosa prova, come sta.
Tutto merito del suo stetoscopio. Non è neanche lontanamente simile a quelli dei suoi colleghi che frequentano gli ospedali. Voglio dire, la forma è quella: a ipsilon. Ma quello che si sente quando lo si avvicina alle orecchie è veramente unico. Gli altri stetoscopi permettono di udire solo il suono del cuore o di percepire la differenza tra la tosse di un sano e quella di un malato, mentre col suo si possono avvertire anche voci, rumori e addirittura musiche. Per Mario, auscultare un paziente è un po’ come sentirsi raccontare la sua storia, con tanto di colonna sonora.
L’altro giorno ha visitato un certo Truman. Egli si sentiva male perché da tempo desiderava ardentemente di fare un viaggio alle isole Fiji e non ci riusciva a causa di una forza a lui sconosciuta che lo tratteneva imprigionato nella sua città.
E’ bastato che Mario piangesse 8 volte, ridesse per dieci minuti e si arrabbiasse per altri cinque. Come per miracolo il problema si è risolto! Grazie al suo sofisticato fonendoscopio, aveva capito da subito qual era il problema: in realtà Truman viveva in un reality show ed era proprio il regista di quel programma a rendergli impossibile la partenza con vari inganni e sotterfugi… (è una storia un po’ complessa ed avvincente, ma non è così importante in questo momento).
Insomma, ci sono voluti 103 lunghissimi minuti di consulto medico per far capire la situazione a Truman, ma per Mario è stata una grandissima soddisfazione vederlo uscire alla fine dalla porticina azzurro cielo della cupola artificiale in cui aveva vissuto tutta la vita.
Il resto del tempo Mario cerca di fare l’uomo, anche se con risultati meno brillanti. A volte ci azzecca, ma più spesso sbaglia. Il fatto è che non esiste uno strumento infallibile che gli permette di farlo per bene, l’uomo; di capire al volo le persone e i loro bisogni. Ma Mario è contento così.
“Per fortuna che è difficile fare l’uomo!”, direbbe lui “Altrimenti vivremmo in un telefilm e non potremmo mai andare in vacanza alle Fiji”.

Stefano


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